Dal 20 December 2025 al 11 October 2026
ROMA
LUOGO: Galleria d’Arte Moderna
INDIRIZZO: Via Crispi 24
ORARI: Dal martedì alla domenica ore 10.00 – 19.00 Ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura
CURATORI: Ilaria Miarelli Mariani e Arianna Angelelli con Paola Lagonigro e Ilaria Arcangeli, Antonio Ferrara e Vanda Lisanti
COSTO DEL BIGLIETTO: – biglietto unico comprensivo di ingresso alla Galleria d’Arte Moderna e alla Mostra per l’importo di € 14,50 intero (di cui € 3,50 alla Mostra e € 11,00 al Museo) e di € 10,00 ridotto (di cui € 3,50 alla Mostra e € 6,50 al Museo), per i non residenti; – biglietto unico comprensivo di ingresso alla Galleria d’Arte Moderna e alla Mostra per l’importo di € 10,00 intero (di cui € 3,50 alla Mostra e € 6,50 al Museo) e di € 9,00 ridotto (di cui € 3,50 alla Mostra e € 5,50 al Museo), per i residenti
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 060608
SITO UFFICIALE: http://www.galleriaartemodernaroma.it
Era il 28 ottobre 1925 e, per la prima volta, nelle sale di Palazzo Caffarelli in Campidoglio prendeva vita un percorso espositivo con un nucleo di opere di arte contemporanea acquisite dal Comune di Roma. Si trattava della forma nascente di quella che sarebbe divenuta di lì a poco la Galleria d’Arte Moderna, la prima collezione civica basata sull’acquisizione di opere moderne di artisti, affermati o emergenti, attivi nel panorama artistico italiano e internazionale. Esattamente 100 anni dopo si celebra la fondazione della collezione con la grande mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025, in programma dal 20 dicembre 2025 all’11 ottobre 2026, nell’odierna sede museale di via Francesco Crispi.
Con oltre 120 opere tra dipinti, sculture e opere di grafica, il percorso espositivo intende ripercorrere l’evoluzione della Galleria capitolina attraverso i passaggi fondamentali che hanno caratterizzato una lungimirante politica di acquisizioni. Un processo lungo e articolato avviato già nel 1883, con l’acquisto delle prime opere avvenuto durante la celebre “Esposizione delle Belle Arti” al Palazzo delle Esposizioni – tra cui la statua in marmo Cleopatra di Girolamo Masini, oggi esposta all’interno del chiostro – e proseguito fino ai nostri giorni, con il raggiungimento di un corpus di oltre 3.000 opere e una collezione che vanta al suo interno artisti del calibro di Giacomo Balla, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Renato Guttuso, Giorgio de Chirico, Antonietta Raphaël Mafai, solo per citarne alcuni.
Attraversando le sale della mostra, si possono ripercorrere i movimenti e le tendenze di oltre due secoli di storia dell’arte, a testimonianza della pluralità di stili e voci raccolte dalla Galleria e del legame inscindibile di queste opere e dei loro autori con la politica culturale della città (e del Paese intero). Interpretando molto spesso lo spirito dei tempi, la Galleria d’Arte Moderna ha dato voce alle varie realtà emergenti: a partire da quelle della fine dell’Ottocento, del movimento In arte libertas di Nino Costa e Giulio Aristide Sartorio e della successiva avanguardia Futurista, passando poi per la Secessione romana con le sue mostre al Palazzo delle Esposizioni (1913-1916), e il movimento Novecento di Margherita Sarfatti e della rivista Valori Plastici. Si incontra il Realismo magico di Antonio Donghi, la Metafisica di de Chirico, il secondo Futurismo e trovano spazio le Biennali e le Quadriennali romane che tanto hanno contribuito all’accrescimento della collezione capitolina. E poi ancora il periodo della Scuola Romana, il secondo dopoguerra con i nuovi canoni dell’Astrazione, dell’Informale e della Neoavanguardia, gli anni ’70 e ’80, i cambiamenti degli anni ’90 e le ultime acquisizioni dei 2000.
Ma quella raccontata è anche una storia fatta di luoghi, spazi museali, vicissitudini talvolta complesse che hanno accompagnato la galleria nel corso del Novecento. Si va così dall’inaugurazione nel 1925 a Palazzo Caffarelli e la riapertura nel 1931 con il nome di Galleria Mussolini, curata da Antonio Muñoz, alla prima Quadriennale nel 1931 al Palazzo delle Esposizioni; dalla rinascita a Palazzo Braschi nel 1952 alla nuova sede al Palazzo delle Esposizioni (dal 1963 al 1972) a cura di Carlo Pietrangeli. Fino ad arrivare alla doppia inaugurazione del 1995 e del 2011 nella sede attuale, all’interno dell’ex convento delle carmelitane scalze a San Giuseppe a Capo le Case.
Il percorso espositivo si apre al primo piano con la sezione LA NASCITA DELLA GALLERIA. LE PRIME ACQUISIZIONI, LE AVANGUARDIE E IL RUOLO DELLE QUADRIENNALI in cui si mette in luce l’inaugurazione del 1925 in Campidoglio e il successivo riallestimento a opera di Antonio Muñoz nel 1931, quando assume il nome di Galleria Mussolini.
L’inaugurazione della galleria è il punto di arrivo di un grande fermento: le opere acquisite provengono infatti da importanti eventi espositivi che hanno determinato la fortuna di molti artisti del tempo. Basti pensare alle numerose rassegne volute dalla Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma da cui provengono artisti del calibro di Enrico Coleman (Lago di Nemi), Duilio Cambellotti (Conca dei bufali) e soprattutto Giacomo Balla con il capolavoro Il dubbio.
Ma sono soprattutto le mostre della Secessione romana nel secondo decennio del Novecento a trasmettere l’idea di un’attenzione precipua per ciò che è contemporaneo. “Secessioniste” sono dunque le opere di Vittorio Grassi (I civettari), Enrico Lionne (Violette), Camillo Innocenti (La sultana) ma anche di Auguste Rodin, uno dei pochi artisti stranieri presenti in collezione. Dall’altro lato la purezza, il “ritorno all’ordine”, gli ideali propugnati dalla rivista Valori plastici e dal movimento Novecento di Margherita Sarfatti, con l’obiettivo di porsi in alternativa alla dilagante esuberanza delle avanguardie in nome di un ritrovato e rinnovato classicismo che chiama a raccolta artisti quali Felice Carena con l’opera Serenità, Mario Sironi con La famiglia o ancora Gino Severini il quale – alla stregua di altri artisti tra cui Achille Funi e Maria Immacolata Zaffuto – si cimenta nel recupero dei saperi tecnici dell’antica Roma come, ad esempio, il mosaico nella sua Composizione.
Nella tensione artistica di quegli anni non si può non citareil Realismo magico di Antonio Donghi (Donna alla toletta) e la Metafisica di de Chirico (Combattimento di gladiatori). Parallelamente, tra il 1921 e il 1925, le Biennali romane assumono il ruolo di evento principale a cui si rivolgono tanto gli artisti quanto gli amministratori, i quali prediligono l’esotismo di Primo Conti e la raffinatezza di Ferruccio Ferrazzi. E ancora di più lo sono le Quadriennali (la prima è del 1931) in scena al Palazzo delle Esposizioni, ispirate e guidate dal segretario Cipriano Efisio Oppo che, anche grazie alla posizione privilegiata all’interno del regime fascista, decreta il successo di artisti contemporanei, rivalutando al contempo le esperienze di Giovanni Nino Costa (Alla fonte) e Giulio Aristide Sartorio (Le vergini savie e le vergini stolte), protagonisti assoluti del movimento In arte libertas, nato alla fine dell’800 per ricusare i rigidi schematismi dell’accademia a favore di una più libera interpretazione del dato espressivo, spesso dal sapore simbolista.E ancorail Secondo Futurismo a cui è dedicato un intero spazio, con opere di Tato, Benedetta Cappa Marinetti, Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Sante Monachesi e Tullio Crali.
La sezione DALLA RICERCA DI UNA NUOVA SEDE ALLA RINASCITA NEGLI ANNI CINQUANTA al secondo piano fa da ponte tra le esperienze del primo Novecento e quelle che si concretizzano dopo la Seconda guerra mondiale. Nel mezzo, la soppressione della galleria avvenuta nel 1938 su decisione del ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai e del governatore di Roma Piero Colonna, concedendo le opere della collezione in deposito temporaneo alla Regia Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia. Dopo la guerra Carlo Pietrangeli si impegna per riportare alla luce le opere della collezione con la riapertura della galleria nel 1952 agli ultimi due piani del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Tra gli artisti esposti, Onorato Carlandi: il più importante e prolifico esponente dei XXV della Campagna romana, gruppo che ha a cuore i paesaggi dell’agro romano dipinti en plein air e che ad oggi costituiscono un documento prezioso di una realtà non più visibile. Sono anche gli anni della Scuola romana, di Scipione con il Cardinal decano, considerata una delle più alte vette dell’arte del Novecento, e di Renato Guttuso con i suoi Tetti di Roma. Ad ulteriore ricordo dell’apertura del 1952 si è voluto riproporre qui una versione in piccolo della sala detta del “Bianco e nero” con opere grafiche di Giorgio Morandi e Arturo Checchi.
La sezione VERSO LA NUOVA GALLERIA D’ARTE MODERNA. UNA COLLEZIONE IN CONTINUA CRESCITAall’ultimo piano si focalizza sul trasferimento della raccolta dal Museo di Roma al Palazzo delle Esposizioni con la “Mostra di una selezione di opere” del 1963 curata ancora una volta da Carlo Pietrangeli e terminata nel 1972, quando le opere tornano nei depositi. E ancora una volta le acquisizioni di questi anni – che non si arrestano neppure di fronte alle incertezze nel trovare nuove sedi museali – riflettono una eterogeneità nella scelta delle opere, con uno sguardo al passato e uno alle più recenti novità artistiche (esposti, tra gli altri, Pompeo Fabri, Vittorio Grassi, Giuseppe Capogrossi, Giulio Turcato, Alberto Savinio, Antonietta Raphaël Mafai, Fausto Pirandello).
Negli anni Novanta viene individuata come sede provvisoria della galleria l’ex convento delle carmelitane scalze in via Crispi, cui segue l’inaugurazione nel 1995. Dopo importanti lavori di ammodernamento, la struttura riapre nel 2012, e l’incremento della collezione prosegue con importanti e recentissime acquisizioni, tra cui opere di Elisa Montessori, Lamberto Pignotti e Guido Strazza.
L’ex convento delle carmelitane scalze a San Giuseppe a Capo le Case
Riconducibile alla fase iniziale di costruzione del convento, è il dipinto murale seicentesco realizzato da Suor Eufrasia della Croce, abitante del convento e amica di Plautilla Bricci, scoperto dopo anni di occultamento su una delle pareti del primo piano e tornato visibile, oggi, in occasione dell’apertura della mostra. I dipinti erano destinati alla decorazione di uno degli ambienti più sacri della clausura, il coro d’inverno, dove si custodiva una reliquia della vera croce. Dai frammenti rimasti si percepisce una decorazione più estesa: due suore in preghiera davanti alla Croce-fontana, simbolo di vita e resurrezione, legata alla spiritualità carmelitana. Accanto, un secondo murale con la Vergine, Maria Maddalena e San Giovanni, oggi lacunoso al centro, mostra un registro più drammatico rispetto al primo.
L’edificio – che oggi raccoglie la collezione della Galleria d’Arte Moderna – è un ex- convento delle Carmelitane Scalze, risalente alla fine del XVI secolo, (di cui le religiose conservano ancora una piccola parte), collocato nel rione Colonna.
La posizione dell’antico monastero è nel 1600 ancora marginale rispetto al centro abitato della città confinante allora con vigne e giardini tra cui la Villa Ludovisi; ora, invece, la costruzione, che negli anni ha subito delle trasformazioni, si trova in uno dei crocevia più famosi di Roma, tra la Fontana di Trevi e Piazza di Spagna, inglobata in un serrato tessuto urbano. Memoria tangibile di questa originaria posizione periferica è indicata anche dal nome della piccola chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case, in origine cappella del monastero, che sottolinea come la costruzione fosse situata in “capo” alle case, alla sommità di una strada in salita oltre la quale c’era la campagna. Questo nome è rimasto al primo tratto della via, su cui si affaccia S. Andrea delle Fratte, mentre il secondo tratto, nei primi anni del Novecento, fu intitolato allo statista Francesco Crispi.
Chiesa di San Giuseppe a Capo le Case
La chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case a pochi passi da Trinità dei Monti e da Piazza di Spagna fu voluta come il monastero delle Carmelitane Scalze, dall’oratoriano spagnolo Francesco Soto (1534-1619).
Questa semplicissima chiesa nasconde un gioiello particolare: una piccola Scala Santa. Le Carmelitane erano suore di clausura, così il fondatore del loro Ordine, Francesco Soto, fece costruire nel recinto del monastero sette cappelle dotate, per concessione del Papa, delle indulgenze, in modo che alle suore fosse risparmiato di uscire. Inoltre nella cappella a sinistra del presbitero è custodita la speciale Scala Santa, simile all’omonima in San Lorenzo in Palatio, presso San Giovanni in Laterano. Essa fu fatta costruire nel 1717 dalla superiora del Monastero, la madre Serafina della Santissima Trinità, per la devozione delle suore che non potevano recarsi presso quella originale di San Lorenzo in Palatio.
“Una Scala Santa per consolazione comune di questo nostro monastero”, così si legge nelle cronache del convento. A realizzare l’opera, venne chiamato l’architetto Tommaso Mattei (1652-1726), attivo nel periodo dell’arte barocca a Roma, allievo degli artisti romani Carlo Fontana e Carlo Rainaldi. Mattei volle studiare bene il tutto primo di procedere ai lavori che diedero vita – come si legge in un documento dell’epoca – a questa “fabbrica adorna di stucchi, di scalini, di marmo bianco e così la cappella e i romitori” dove le carmelitane si riunivano a pregare.
Il 15 maggio 1718 fu il Pontefice stesso a far visita – assieme a vari porporati e prelati della Curia Romana – alle religiose per benedire la Scala Santa. L’evento è ricordato nell’iscrizione posta sopra l’ingresso dell’opera: Clemente XI concedeva 25 anni di indulgenza alle religiose che sarebbero salite in ginocchio e l’indulgenza plenaria – 5 volte – l’anno se ciò fosse avvenuto in giorno di comunione.
Roma non finisce mai di stupirci.