Museo Nazionale degli Strumenti Musicali

Un viaggio unico tra strumenti musicali antichi e moderni

Il Museo Nazionale degli Strumenti Musicali, inaugurato nel 1974, sorge a breve distanza dalla Basilica di San Giovanni in Laterano ed è adiacente alla Piazza Santa Croce in Gerusalemme. Circondato da un’area verde su cui si ergono i resti archeologici del Palazzo Imperiale (Sessorio), dell’Anfiteatro Castrense e del Circo di Eliogabalo, rimane immerso in una atmosfera di silenzio e di pace.  Il Museo, unico al mondo nel suo genere, conserva al suo interno una straordinaria quantità di strumenti musicali che vanno dall’età antica al periodo futurista.  

La sua raccolta si è sviluppata intorno alla vasta collezione trasferita allo Stato nel 1950 dal tenore Gennaro Evangelista Gorga (1865-1957), alla quale si aggiunsero strumenti rari e pregiati acquisiti successivamente.

Il percorso in 18 sale ricostruisce la storia della musica, dai primi strumenti a fiato e percussione del mondo antico greco e romano sino a quelli del nostro secolo. Si conservano strumenti di musica popolare e colta, religiosa e militare, strumenti della tradizione musicale extraeuropea provenienti dall’Africa, dall’Oceania, dall’America.

Dei 3.000 pezzi sono esposti circa 840 strumenti, tra cui la celebre arpa Barberini del XVII secolo, il clavicembalo verticale italiano e il pianoforte costruito nel 1722 da Bartolomeo Cristofori (1655-1732), universalmente riconosciuto come l’inventore di questo strumento.

Il percorso è strutturato in duplice chiave. Il filone storico-evolutivo con il supporto di materiale audiovisivo e interattivo parte dalla sezione archeologica con preziosi e rari reperti di musica antica e segue le trasformazioni musicali attraverso i secoli.
Il secondo filone applica un criterio tematico-tipologico, così come era concepita l’originaria organizzazione della collezione: strumenti ad arco, strumenti a pizzico, pianoforti, fiati, percussioni, strumenti meccanici. Il tenore collezionista Evan Gorga accoglie i visitatori attraverso un filmato del 1949 concesso dall’Istituto Luce, che lo vede, ormai anziano, circondato dai suoi strumenti musicali, gli stessi riconoscibili lungo il percorso. Si ammirano, inoltre, alcuni strumenti entrati in seguito a far parte della collezione del Museo, esposti con un diverso allestimento: il violino detto Il Portoghese di Antonio Amati, il pianoforte Pleyel di Palazzo Torlonia e una parte della collezione di bassi elettrici concessi da Pablo Echaurren.

INFORMAZIONI

ORARI E TARIFFE

Orari di apertura

  • LUNEDÌchiuso
  • MARTEDÌ9:30-19:30*
  • MERCOLEDÌ9:30-19:30*
  • GIOVEDÌ9:30-19:30*
  • VENERDÌ9:30-19:30*
  • SABATO9:30-19:30*
  • DOMENICA9:30-19:30*

*Ultimo ingresso ore 18.30.

Chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1 gennaio (salvo aperture straordinarie su progetto MiC)

Tariffe

€ 6,00 intero 

€ 2,00 ridotto (Cittadini dell’Unione Europea tra 18 e 25 anni) 

Gratuito (under 18, prima domenica del mese) 

Il Museo rientra nel circuito di RomaPass e Roma&piùPass 

sito: https://museostrumentimusicali.cultura.gov.it/

La collezione permanente di Palazzo Sciarra Colonna

Palazzo Sciarra Colonna, nel corso della sua lunga storia,  ha ospitato in passato una delle più prestigiose quadrerie familiari romane con dipinti di Perugino, Sebastiano del Piombo, Tiziano Guido Reni e Caravaggio. Andata dispersa a fine Ottocento a seguito di clamorose vendite alle quali fu costretto il principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra, l’antica raccolta trova un suo ideale risarcimento nel presente allestimento incentrato sulla storia dell’arte romana e quindi sulle testimonianze degli  artisti che hanno vissuto e operato nella capitale dal Quindicesimo secolo ai nostri giorni.

Il percorso espositivo del piano nobile si articola nelle sale disposte lungo i lati del cortile, frutto delle ristrutturazioni ottocentesche volute dal principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra e realizzate dall’architetto Francesco Settimi. Ad oggi, tali ambienti si presentano al pubblico in una nuova veste, ripensati  per  offrire al pubblico una lettura inedita e coinvolgente della collezione, mettendo in risalto le affinità tematiche oltre che cronologiche delle opere esposte. Sono la sala delle Colonne, la sala delle Medaglie, alla quale seguono due sale dedicate al primo e al secondo Seicento romano, oltre alla sala dei Paesaggi e delle vedute.

Conservata nel palazzo vi è anche una collezione di medaglie e monete prestigiosa e ricca, la cui gran parte è costituita da emissioni dei Pontefici romani. Seconda solo alla collezione vaticana, la raccolta numismatica del Museo del Corso – Polo museale si compone di oltre 2500 pezzi, alcuni dei quali unici o estremamente rari.

Infine, completano il percorso espositivo del piano nobile, le sale dei Ritratti e dei Ricevimenti, attualmente destinate a esposizioni temporanee mirate alla valorizzazione di nuclei di opere della Collezione permanente attraverso il dialogo con altre provenienti da raccolte pubbliche e private, nazionali e internazionali, rendendo il percorso ancora più vitale e in continua evoluzione.

Palazzo Sciarra Colonna

Di fondazione cinquecentesca e oggi sede della Fondazione Roma, Palazzo Sciarra Colonna fu condotto all’aspetto attuale nel XVII secolo dagli architetti Flaminio Ponzio e Orazio Torriani. Per il cardinale Prospero Colonna di Sciarra, tra il 1743 e il 1750, Luigi Vanvitelli progettò la decorazione in elegante rococò dell’appartamento al secondo piano (Biblioteca del Cardinale, Gabinetto degli Specchi) alla quale partecipò il pittore romano Stefano Pozzi.  Alla fine dell’Ottocento il piano nobile, oggi parte integrante del percorso espositivo del Museo del Corso – Polo museale, è stato restaurato per volontà di Maffeo Barberini Colonna di Sciarra dall’architetto Francesco Settimi.

Appartamento del Cardinale

Il palazzo custodisce ambienti unici come gli appartamenti cardinalizi progettati nel ‘700 da Luigi Vanvitelli. Il Gabinetto degli Specchi e la Biblioteca del Cardinale Prospero Colonna rappresentano un esempio magistrale e pregiatissimo di stile rococò e rocaille.

Nel Settecento il cardinale Prospero Colonna di Sciarra promosse l’adeguamento del palazzo allo stile dell’epoca. Al rinnovamento architettonico e pittorico partecipò anche l’architetto Luigi Vanvitelli, amico del Cardinale, che ne progettò la ristrutturazione. La Biblioteca del Cardinale e il Gabinetto degli Specchi, ricchi di decorazioni pittoriche, sono alcuni degli ambienti nati da questi interventi, che accrebbero il valore storico ed artistico del palazzo.

La Biblioteca del Cardinale, così come l’adiacente Gabinetto degli specchi, conserva intatto l’originario allestimento settecentesco. L’architetto decise di trasformare l’impianto rettangolare della preesistente sala seicentesca in un interno dall’andamento articolato, creando quattro vani angolari, simili a nicchie, e intervenendo solo sulla zona superiore delle pareti, dando vita ad un ambiente di sobria eleganza in sintonia con il gusto rococò. A decorare le superfici venne chiamato Stefano Pozzi. Le pareti sono interamente rivestite da una boiserie dove predominano il bianco e l’oro, nei cui spessori si ricavano sette ampie scansie per i libri. Il ricco programma pittorico della sala si svolge lungo una duplice tematica che allude tanto alle prestigiose cariche ricoperte dal Cardinale quanto al concetto del Tempo e alla funzione dell’ambiente come spazio di riflessione e di studio.

Il Gabinetto degli Specchi, affacciato su quello che un tempo era il Cortile delle Scuderie, ha tutt’oggi un aspetto straordinariamente luminoso e vitale. Grazie alla preziosità dei materiali impiegati e al raffinato disegno degli arredi fissi, esso rappresenta un esempio di grande eleganza decorativa, improntata al gusto rococò e alla moda delle chinoiseries. La sovrapposizione di generi e stili dell’allestimento dello spazio, crea un eclettismo gradevole. Gli specchi e le porcellane che ornano il Gabinetto amplificano in maniera illusoria le dimensioni della piccola sala, esaltando lo splendore delle cornici dorate e della boiserie che riveste le pareti.

 Museo del Corso – Polo museale
Palazzo Sciarra Colonna via Minghetti 22, Roma

Tel. +39 06.87153157 dalle 9.30 alle 17.30 – info@museodelcorso.com

INFORMAZIONI
Per chiedere informazioni, prenotare una visita o mettersi in contatto con il Museo del Corso – Polo Museale chiamare i seguenti recapiti:
Numero di telefono: 0687153157
Call center attivo dal lunedì al sabato dalle ore 9.30 alle ore 17.30. Chiuso 1° gennaio, 6 gennaio, 25 aprile, domenica e lunedì di Pasqua, 1° maggio, 2 giugno, 29 giugno, 15 agosto, 1° novembre, 8 dicembre, 25 dicembre e 26 dicembre
Per informazioni scrivere a: info@museodelcorso.com

Visite presso Palazzo Sciarra Colonna

Museo del Corso: Palazzo Sciarra Colonna

Visita accompagnata con audioguida

Disponibilità:

  • Mercoledì – Venerdì
    11.00, 12.00, 14.00, 15.00, 16.00, 17.00, 17.45
  • Sabato – Domenica
    10.00, 11.00, 12.00, 14.00, 15.00, 16.00, 17.00, 18.00, 18.45

ingresso gratuito

Durata 75min.

Orari di apertura

  • Mercoledì – Venerdì: 11.00 – 19.00 (ultimo turno di visita alle 17.45)
  • Sabato – Domenica: 10.00 – 20.00 (ultimo turno di visita alle 18.45)

Aperture straordinarie

  • 31 dicembre 2025: 10.00 – 15.00 (ultimo turno di visita alle 13.45)
  • 01 gennaio 2026: 15.00 – 20.00 (ultimo turno di visita alle 18.45)
  • 06 gennaio 2026: 10.00 – 20.00 (ultimo turno di visita alle 18.45)

Come raggiungerci

Ingresso da Palazzo Sciarra Colonna in via Minghetti 22, Roma

Per un’esperienza più completa del percorso museale, è possibile partecipare a una visita guidata effettuata da una guida esperta, che condurrà il pubblico alla scoperta del palazzo e delle sue collezioni, svelandone i dettagli e i segreti più affascinanti.

Tesori nascosti

Tesori nascosti. Il caveau di Palazzo Cipolla – deposito visitabile

Appartamento del Cardinale

Visita guidata con storico dell’arte

Disponibilità:

  • Primo sabato del mese, ore 16.30
  • Prima domenica del mese, ore 11.30

ingresso gratuito

Il servizio guida ha un costo di 7€ a persona
Durata 90min.

Mostra “Omaggio a Carlo Maratti”

Mostra “Omaggio a Carlo Maratti”
Palazzo Sciarra Colonna – Collezione permanente
21 novembre 2025 – 12 aprile 2026

In occasione del quarto centenario della nascita del celebre pittore Carlo Maratti (1625–1713), uno dei più importanti protagonisti del tardo ‘600 romano, la Fondazione Roma è lieta di ospitare presso il Museo del Corso-Polo museale, negli spazi espositivi di Palazzo Sciarra Colonna, la mostra “Omaggio a Carlo Maratti”, dal 21 novembre 2025 al 12 aprile 2026.
L’esposizione, a cura di Simonetta Prosperi Valenti Rodinò, presenta circa 40 dipinti tra cui spicca il “Ritratto di Gaspare Marcaccioni”, capolavoro da anni custodito all’estero e recentemente rientrato in Italia grazie all’impegno e alla sensibilità della Fondazione Roma per la salvaguardia del patrimonio artistico nazionale.
Una selezione di opere facenti parte della Collezione permanente della Fondazione Roma, sono messe in relazione con alcuni dipinti dell’artista, provenienti da prestigiose collezioni nazionali e internazionali che, insieme, restituiscono al pubblico una visione complessiva dei nuclei principali della produzione marattesca: i ritratti, i soggetti sacri e i soggetti arcadici.
A ingresso gratuito, la mostra offre ai visitatori di Palazzo Sciarra Colonna l’occasione per approfondire le qualità artistiche di Carlo Maratti e l’impatto delle sue opere sulle successive generazioni di maestri ed emuli.

Museo del Corso – Polo museale
Palazzo Sciarra Colonna via Minghetti 22, Roma
Palazzo Cipolla via del Corso 320, Roma
Tel. +39 06.87153157 dalle 9.30 alle 17.30 – info@museodelcorso.com

Museo del Corso: Palazzo Sciarra Colonna

Visita accompagnata con audioguida

Disponibilità:

  • Mercoledì – Venerdì
    11.00, 12.00, 14.00, 15.00, 16.00, 17.00, 17.45
  • Sabato – Domenica
    10.00, 11.00, 12.00, 14.00, 15.00, 16.00, 17.00, 18.00, 18.45

ingresso gratuito

Durata 75min.

Orari di apertura

  • Mercoledì – Venerdì: 11.00 – 19.00 (ultimo turno di visita alle 17.45)
  • Sabato – Domenica: 10.00 – 20.00 (ultimo turno di visita alle 18.45)

Aperture straordinarie

  • 31 dicembre 2025: 10.00 – 15.00 (ultimo turno di visita alle 13.45)
  • 01 gennaio 2026: 15.00 – 20.00 (ultimo turno di visita alle 18.45)
  • 06 gennaio 2026: 10.00 – 20.00 (ultimo turno di visita alle 18.45)

Come raggiungerci

Ingresso da Palazzo Sciarra Colonna in via Minghetti 22, Roma

La befana arriva a piazza Navona il 6 gennaio

Il 6 gennaio con l’Epifania si chiude come da tradizione la Festa di Piazza Navona, l’amato e tradizionale mercatino di natale dei romani.

Fino al 6 gennaio i visitatori possono passeggiare tra le bancarelle, scoprire prodotti artigianali, idee regalo, presepi, decorazioni natalizie, dolci e specialità gastronomiche.

Non mancano il teatrino dei burattini, la storica giostra dei cavalli e altre animazioni per vivere la magia delle Festività natalizie e di fine anno.

La mattina del 6 gennaio, con l’ausilio dei vigili del fuoco, sarà proprio  la Befana a cavallo della sua scopa a portare via la magia delle feste, evento simbolico e atteso che conclude la manifestazione nel segno della tradizione.

Domenica 4 gennaio 2026 Musei Statali e Musei Comunali gratuiti a Roma

Con la prima domenica del mese del 2026 riprende la #domenicalmuseo, iniziativa del Ministero della Cultura che offre ingresso gratuito nei musei e parchi archeologici statali. L’iniziativa si estende anche ai musei civici di Roma Capitale.

Per i giorni di festa è previsto anche un programma di aperture straordinarie: il 1° gennaio e il 6 gennaio 2026, i musei, i complessi monumentali e i parchi archeologici statali e i musei civici di Roma Capitale resteranno aperti.

Le domeniche ad ingresso gratuito previste per il 2026 sono: domenica 4 gennaio; 1 febbraio; 1 marzo; 5 aprile (Giorno di Pasqua) ; 3 maggio; 7 giugno; 5 luglio; 2 agosto; 6 settembre; 4 ottobre; 1 novembre e 6 dicembre 2026.

La #domenicalmuseo è un’iniziativa unica per scoprire l’immensa ricchezza del patrimonio culturale cittadino e di tanti siti, musei, gallerie meno conosciuti, ma non meno affascinanti e preziosi.

Musei statali nel Comune di Roma:

  • Castello Giulio II
  • Galleria Spada
  • Gallerie Nazionali di Arte Antica – Galleria Corsini
  • Gallerie Nazionali di Arte Antica – Palazzo Barberini
  • Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea – La Galleria
  • Istituto autonomo Vittoriano e Palazzo Venezia – Palazzo Venezia
  • Istituto autonomo Vittoriano e Palazzo Venezia – Museo centrale del Risorgimento di Roma
  • Istituto autonomo Vittoriano e Palazzo Venezia – Vittoriano
  • Istituto centrale per la grafica – Palazzo Poli
  • Museo Aristaios collezione Giuseppe Sinopoli, Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone
  • Casa Museo Boncompagni Ludovisi
  • Museo e Galleria Borghese (prenotazione obbligatoria diritto prevendita € 2)
  • Museo delle Civiltà
  • Museo Hendrik Christian Andersen
  • Museo Nazionale degli Strumenti Musicali
  • Museo Nazionale romano – Palazzo Massimo
  • Museo Nazionale romano – Crypta Balbi
  • Museo Nazionale romano – Terme di Diocleziano
  • Museo Nazionale romano – Palazzo Altemps
  • Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
  • Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo
  • Pantheon
  • Parco archeologico del Colosseo – Colosseo. Anfiteatro Flavio
  • Parco archeologico del Colosseo – Foro Romano e Palatino
  • Parco archeologico dell’Appia antica – Antiquarium di Lucrezia Romana
  • Parco archeologico dell’Appia antica – Mausoleo di Cecilia Metella e Chiesa di San Nicola
  • Parco archeologico dell’Appia antica – Parco delle Tombe della via Latina e Basilica di Santo Stefano
  • Parco archeologico dell’Appia antica – Villa dei Quintili e Santa Maria Nova
  • Parco archeologico di Ostia antica – Area archeologica di Ostia antica
  • Parco archeologico di Ostia antica – Area archeologica dei Porti Imperiali di Claudio e Traiano
  • Parco archeologico di Ostia antica – Museo delle navi
  • Terme di Caracalla
  • Villa di Livia

Ogni prima domenica del mese, il Sistema Musei di Roma Capitale apre al pubblico i suoi musei e siti archeologici per permetterti di scoprire gratuitamente i tesori culturali, gli antichi fasti di Roma e i suoi impareggiabili capolavori.

Musei Civici e siti archeologici di Roma Capitale a ingresso gratuito la prima domenica del mese:

  • Musei Capitolini (eccetto lo spazio espositivo di Villa Caffarelli)
  • Centrale Montemartini
  • Mercati di Traiano – Museo dei Fori Imperiali
  • Museo dell’Ara Pacis (eccetto lo spazio espositivo Ara Pacis)
  • Museo di Roma in Palazzo Braschi (eccetto lo spazio espositivo al I Piano)
  • Museo di Roma in Trastevere
  • Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale

Aperti e visitabili anche i seguenti Musei, sempre a ingresso gratuito

  • Museo Pietro Canonica
  • Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese
  • Museo Napoleonico
  • Museo di scultura antica Giovanni Barracco
  • Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina
  • Museo delle Mura
  • Villa di Massenzio
  • Museo di Casal de’ Pazzi

Nella gratuità rientrano anche:

  • Area Archeologica dei Fori Imperiali
  • Torre della Moletta e Area Archeologica del Circo Massimo
  • Area Sacra di Largo di Torre Argentina
  • Museo della Forma Urbis

Da Roma Auguri di Buone Feste a tutto il mondo

Auguriamo a tutti nostri clienti nel mondo Buone Feste e un Felice Anno 2026. Grazie di averci accompagnato e del tempo trascorso insieme. La vostra fiducia è il più prezioso sostegno per voi. Nella Speranza di rivederci presto con affetto da Roma

Santa Prassede Staff

Stefano, Beatrice, Luciano, Cristina, Antonella, Comfort, Ioana

Hotel Santa Prassede

L’arte di stare bene insieme

via di Santa Prassede n. 25

+ 393488375485, +390669756532

Casino Massimo Lancellotti (in Villa Giustiniani Massimo): I Nazareni a Roma

Un piccolo gioiello nascosta al colle Esquilino

Costruito all’inizio del 1600 per volere del marchese Vincenzo Giustiniani, su progetto di Carlo Lambardi, l’elegante casino a due piani, con loggia aperta su un vasto giardino, rappresenta un tipico esempio del gusto tardo manierista a Roma. Il figlio del marchese, Andrea Giustiniani, impreziosì ulteriormente la residenza facendo inserire nelle facciate bassorilievi e sarcofagi di epoca romana, sculture e stucchi, secondo la moda dell’epoca. 

Quando nel 1802 la villa venne ceduta, il nuovo proprietario Carlo Massimo conferì agli ambienti interni del Casino l’aspetto che possiamo ammirare ancora oggi: fece infatti affrescare le tre sale al pianterreno con scene tratte dai capolavori di Dante, Ariosto e Tasso. A essere incaricato della loro realizzazione fu un gruppo di pittori del Nord Europa, Friedrich Overbeck, Julius Schnorr von Carolsfeld, Philipp Veit, Joseph Anton Koch e Joseph von Führich, noti come Nazareni sia per il loro stile di vita sia, forse, per via delle lunghe capigliature e barbe incolte che li facevano assomigliare a Gesù di Nazareth. Cattolici di nascita o convertiti al cattolicesimo, i Nazareni si ribellavano al classicismo accademico e prendevano a modello i grandi artisti del passato, come Giotto, Raffaello e Michelangelo. 

Il Casino rappresenta la più importante testimonianza della loro attività artistica a Roma: un ciclo pittorico unico per la sua originalità e raffinatezza, un viaggio affascinante nella letteratura italiana. Nella Stanza dedicata a Dante e alla Divina Commedia, colpisce il realismo della rappresentazione dell’Inferno, con Dante e Virgilio affiancati a Minosse, a diavoli dall’aspetto terrificante e ad alcuni dei più noti dannati, come il Conte Ugolino. Le lotte tra paladini e mussulmani ci fanno invece rivivere le storie dell’Orlando Furioso nella Stanza di Ariosto, ma non poteva mancare la scena della scoperta dell’amore tra Angelica e Medoro da parte di Orlando, che perderà il senno per ritrovarlo infine sulla luna. Gli episodi più lirici della Gerusalemme liberata sono affrescati nella Stanza del Tasso, con le sofferenze amorose di Armida e Rinaldo, Olindo e Sofronia e, soprattutto, Tancredi e Clorinda. 

Alla morte del marchese Massimo, il Casino fu ereditato dal fratello Massimiliano e dalla cognata Cristina di Sassonia, che fece ritoccare alcune scene di nudo, ritenendole indecenti. Durante l’occupazione tedesca di Roma, il Casino ospitò il comando della polizia tedesca che operava nell’adiacente caserma di via Tasso (oggi sede del Museo Storico della Liberazione). L’edificio è dal 1947 proprietà della delegazione Francescana di Terra Santa: ai frati si deve la costruzione delle due ali laterali.

INDIRIZZO 

Via Matteo Boiardo, 16

ORARI 

Visitabile senza prenotazione. Recarsi sul posto nei giorni di apertura:
Martedì e giovedì ore 9.00-12.00/16.00-18.00 Domenica ore 10.00-12.00

CONTATTI 

Telefono: 

06 70495651

Ville e giardini di Roma: una corona di delizie

Museo di Roma, Palazzo Braschi

fino al 12 April 2026

INDIRIZZO: Piazza San Pantaleo 10

ORARI: dal martedì alla domenica 10.00-19.00

CURATORI: Alberta Campitelli, Alessandro Cremona, Federica Pirani, Sandro Santolini

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 060608

SITO UFFICIALE: http://www.museodiroma.it

L’evoluzione artistica dei giardini storici romani dal Rinascimento al Novecento in 190 opere, dipinti e vedute.

La mostra ripercorre, per la prima volta in maniera così ampia, lo sviluppo dei giardini di Roma nell’immaginario pittorico dal Cinquecento alla seconda metà del XX secolo.

La mostra si propone di illustrare come le ville e i giardini siano stati, nei secoli, espressione di potere, cultura e raffinatezza per pontefici, principi e cardinali. Il percorso espositivo documenta il passaggio dal rigore del giardino formale alla libertà del giardino paesaggistico, fino all’affermazione della loro funzione pubblica, con le passeggiate ottocentesche e i giardini novecenteschi realizzati a seguito delle travagliate trasformazioni dovute al nuovo ruolo di Roma come capitale del Regno. Dal 1870 e fino al Ventennio Fascista la nascita dei grandi parchi pubblici a Roma, specialmente nel periodo post-unitario, fu accompagnata dalla demolizione di ville nobiliari, casali, e da una generale ristrutturazione urbanistica che sacrificò parte del verde privato e del patrimonio storico-architettonico preesistente (come le mura antiche, torri, casini), basti pensare all’anello verde delle ville rinascimentali all’Esquilino e al quartiere Ludovisi per creare i nuovi spazi verdi (come Villa Borghese, il Pincio, la Passeggiata Archeologica) necessari alla crescita della capitale e al suo “abbellimento” secondo canoni ottocenteschi e novecenteschi, trasformando aree agricole e residenziali private in spazi pubblici fruibili, un processo di “modernizzazione” che non fu privo di drammatiche perdite.

In mostra sono esposte quasi 190 opere di vario genere – dai disegni ai dipinti, dalle stampe ai manoscritti. Spesso poco conosciute e in molti casi inedite, esse offrono una straordinaria ricchezza documentale per la ricerca. Questa selezione permette di condurre nuove indagini su complessi a volte poco studiati, svelando per la prima volta l’aspetto originario di spazi verdi oggi scomparsi o radicalmente rimaneggiati e proponendo nuove chiavi di lettura e interpretazione.

Strutturato in sei sezioni, il percorso di visita è arricchito da apparati multimediali e immersivi che offrono al visitatore la possibilità di approfondire e interagire con i temi trattati. Ad aprire l’esposizione è una grande mappa interattiva che fornisce una panoramica dettagliata delle ville storiche di Roma ritratte in mostra: un ponte virtuale tra arte e realtà che non solo introduce alla conoscenza delle opere, ma ne accresce la comprensione del contesto e dei meravigliosi complessi architettonici che le hanno ispirate.

Il percorso prende il via con una sezione dedicata alle Ville del Cinquecento, tra nostalgia dell’Antico e nuovi modelli. È in questo periodo che, grazie al rafforzato governo pontificio, Roma riemerge dalle nebbie del Medioevo con nuova vitalità demografica, economica e artistica. Gli antichi luoghi per l’otium, come le ville e i giardini di delizia, vengono riscoperti e indicati come modello, avviando la fiorente stagione del Rinascimento. Le vigne e gli orti disseminati nell’urbe vengono trasformati in giardini annessi a residenze. Committenti sono papi, cardinali e aristocratici, ma anche letterati, che impegnano i più grandi artisti del secolo: Bramante, Peruzzi, Raffaello, Sangallo il Giovane, Giulio Romano, Ligorio, Vignola, Ammannati, Fontana e Del Duca raccolgono le suggestioni dell’antichità e definiscono un modello di giardino romano, destinato a essere celebrato e imitato. Villa Madama, Villa Giulia, il Belvedere vaticano, La Farnesina, Villa Medici sono documentati in mostra da opere di celebri artisti quali Hendrick van Cleve, Caspar van Wittel, Paolo Anesi. Preziosa è la veduta di Villa Mattei Celimontana di Joseph Heintz il Giovane, degli inizi del Seicento, che restituisce in dettaglio l’assetto dei luoghi.

Le ville del Seicento: fasto e rappresentazione del potere sono protagoniste della seconda sezione. Nel Seicento le ville romane tendono a occupare le aree rimaste ancora libere in zone strategiche della città, nei pressi della residenza papale del Quirinale, delle basiliche e delle mura cittadine. Al tempo stesso, per disporre di spazi sempre più vasti e articolati, fuori della cinta muraria, lungo le principali direttici di accesso alla città si insediano vasti complessi con giardini. Grazie alla riattivazione degli antichi acquedotti è possibile realizzare lussureggianti giardini impreziositi da scenografiche fontane, secondo una concezione teatrale che suscita la meraviglia dei visitatori, con l’estro dei migliori artisti e architetti del tempo come Flaminio Ponzio, Carlo Maderno, Giovanni Vasanzio, Alessandro Algardi e Pietro da Cortona. Ne sono esempio le magnificenze di Villa Borghese, immortalata dallo straordinario dipinto di Joseph Heintz il Giovane, firmato e datato 1625, e da numerosi altri dipinti, delle purtroppo distrutte Villa Ludovisi, Villa Giustiniani, Villa del Vascello e la Villa del Pigneto Sacchetti, opera eccelsa di Pietro da Cortona, precocemente perduta ma amata e documentata da molti artisti.

Spartiacque tra ultimi bagliori e decadenza del modello romano sono Le ville del Settecento: tra magnificenza e “buon gusto” (terza sezione). Nella prima metà del secolo si continuano le magnificenze barocche, con residenze dotate di giardini disegnati secondo l’aggiornata moda alla francese, con elaborati parterres de broderie e boschetti sagomati come “stanze” verdi. Ne sono esempio i giardini di Villa Patrizi fuori Porta Pia, di Palazzo Colonna – collegati all’edificio da ponti sospesi su via del Pilotta – e quelli progettati da Ferdinando Fuga per il Palazzo già Riario, dal 1736 dei nipoti di Clemente XII Corsini e oggi Orto Botanico cittadino. Con la crisi economica e l’affermarsi di esigenze di decoro e appartata comodità, si realizzano edifici più contenuti con giardini ridotti, quali la villa del cardinale Valenti Gonzaga presso Porta Pia, acquistata nell’Ottocento da Paolina Borghese. Ma il Settecento ci consegna una realizzazione destinata a divenire celebre in tutta Europa: la villa del cardinale Alessandro Albani, progettata fuori Porta Salaria tra il 1747 e il 1763 da Carlo Marchionni, con Giovanni Battista Nolli, Giovanni Battista Piranesi e lo storico dell’arte antica Johann Joachim Winckelmann per la mirabile collezione d’antichità. I giardini mantengono un disegno formale con aiuole elaborate e assi prospettici, come ben mostra l’incisione colorata di Francesco Panini del 1770, ma accolgono anche strutture tipiche dei giardini inglesi, come la caffeaus semicircolare o il casino del bigliardo, immortalato dal dipinto di Christoffer Wilhelm Eckersberg, definendo un mix di fascino e gusto romano celebrato dagli artisti per tutto il corso dell’Ottocento.

L’Ottocento tra distruzioni e nuovi giardini per l’urbanistica di Roma capitale è raccontato nella quarta sezione. Il secolo delle rivoluzioni non lascia spazio a residenze di delizia. I danni causati dagli scontri non risparmiano il patrimonio di ville e giardini; ma si afferma anche un nuovo modello, il verde pubblico della passeggiata, destinato non più alla nobiltà messa in crisi dai mutati scenari politici, bensì a un’utenza più ampia e “democratica”. Gli effetti dell’occupazione francese di inizi secolo e della battaglia per la difesa della Repubblica romana del 1849 depauperano e distruggono ville e giardini, soprattutto sul Gianicolo. Scompare l’originale Villetta Doria, nell’area dell’attuale Galoppatoio di Villa Borghese, unico insuperato esempio di giardino “all’inglese”, fortunatamente immortalata in varie vedute. Ancor più devastanti sono gli effetti del nuovo ruolo di Roma capitale. Dopo il 1870, infatti, le necessità di un’urbanistica condizionata dall’aumento vertiginoso della popolazione e dalle necessità di nuove strutture viarie e funzionali si impongono a scapito del verde storico, soprattutto all’interno delle Mura Aureliane: ville dal valore incommensurabile, quali le ville Ludovisi e Montalto, sono impietosamente distrutte. Per far fronte alle devastanti inondazioni del Tevere vengono costruiti gli argini, interrompendo il rapporto tra la città e il fiume e distruggendo gli spettacolari affacci di alcune ville, come ci documenta Caspar van Wittel con la veduta di Villa Altoviti. Fa eccezione Villa Torlonia in via Nomentana, commissionata dalla potente famiglia di banchieri, ultimo esempio di mecenatismo romano, realizzata in tre fasi: inizi Ottocento, metà Ottocento e inizi Novecento. Le nuove classi sociali introducono intanto una nuova tipologia abitativa, i villini, che spesso utilizza lacerti di giardini superstiti delle antiche ville.

A seguire, una sezione dedicata al Giardino romano nel Novecento tra propaganda, distruzioni e nuovi modelli. Il nuovo secolo si apre per Roma all’insegna di un’effervescente vitalità: nel 1870 contava 220mila abitanti che trent’anni dopo erano il doppio. Molte ville vengono distrutte per lasciare spazio alla modernizzazione, mentre l’acquisizione e l’apertura al pubblico di Villa Borghese nel 1903, collegata nel 1908 alla Passeggiata del Pincio, segna un indubbio contributo al verde cittadino. Dopo la tragica parentesi della guerra, il Regime fascista avvia una politica del verde su un doppio registro legato alle nuove esigenze urbanistiche mussoliniane. Il giardino di Villa Rivaldi, ad esempio, viene impietosamente distrutto per consentire l’apertura di via dell’Impero (attuale via dei Fori Imperiali) e contemporaneamente si afferma, per quanto disorganico e in funzione propagandistica, un incremento considerevole del verde pubblico. Vengono, infatti, arricchite di alberi numerose piazze, mentre alcune ville nobiliari di proprietà dello Stato, come Villa Aldobrandini e Villa Mattei Celimontana, sono conferite al Comune di Roma e aperte al pubblico. Numerosi sono i giardini progettati per lo più da Raffaele de Vico: Villa Glori (Parco della Rimembranza) 1924, Parco Flaminio (1924), Villa Caffarelli (1925), Piazza Mazzini (1925-26), il Parco di Colle Oppio (1926-27), Parco degli Scipioni (1929), Parco Nemorense o Virgiliano (1930), Villa Fiorelli (1930-31), Parco di Testaccio (1931), il Parco di Santa Sabina sull’Aventino o degli Aranci (1931), Villa Paganini (1934), Parco Cestio (1938). Molti di questi giardini vengono immortalati nei dipinti di Carlo Montani dei quali si presenta in mostra un’ampia selezione.

Una sezione racconta infine il Vivere in villa: svaghi e socialità nei giardini romani. La reinterpretazione rinascimentale dell’ideale classico della vita in villa acquisisce già alla fine del Quattrocento una dichiarata connotazione sociale, che si manifesta attraverso attività come il simposio intellettuale, la caccia, il collezionismo di esemplari rari di piante e di animali, l’esposizione di sculture, la pratica delle arti e l’allestimento di ricevimenti e banchetti per le più svariate occasioni. Ne scaturisce l’esigenza di possedere giardini adatti a ogni forma di svago e di intrattenimento. Alle cacce vengono così destinate le zone boscherecce delle ville mentre idonei spazi vengono progettati per ospitare concerti, spettacoli teatrali e banchetti, manifestazione del potere e della magnificenza del proprietario. Le ville romane, inizialmente aperte a una cerchia ristretta di ospiti, con l’affermarsi del Grand Tour e con la diffusione della “moda” del caffè e della cioccolata, nel corso del Settecento diventano luoghi sempre più aperti verso un pubblico eterogeneo e internazionale. Con il repentino cambiamento della società tra Otto e Novecento si affermano nuovi riti sullo sfondo di una Roma capitale in rapida evoluzione. Villa Borghese e i viali del Pincio, uniti dal cavalcavia sul viale del Muro Torto, inaugurato nel 1908, sono le cornici ideali per ospitare caffè, mostre, eventi sportivi e musicali, meta preferita dai romani per scampagnate e passeggiate domenicali, come mostrano i dipinti di Georges Paul Leroux e Armando Spadini.

Informazioni

Orario

dal 21 novembre 2025 al 12 aprile 2026
dal martedì alla domenica ore 10.00-19.00
24 e 31 dicembre ore 10.00-14.00
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Giorni di chiusura: lunedì, 25 dicembre

Biglietto d’ingresso

Consulta la pagina >  BIGLIETTI

Informazioni

Tel 060608 (tutti i giorni dalle ore 9.00 alle ore 19.00)
 

GAM 100. UN SECOLO DI GALLERIA COMUNALE D’ARTE MODERNA 1925-2025

Dal 20 December 2025 al 11 October 2026

ROMA

LUOGO: Galleria d’Arte Moderna

INDIRIZZO: Via Crispi 24

ORARI: Dal martedì alla domenica ore 10.00 – 19.00 Ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura

CURATORI: Ilaria Miarelli Mariani e Arianna Angelelli con Paola Lagonigro e Ilaria Arcangeli, Antonio Ferrara e Vanda Lisanti

COSTO DEL BIGLIETTO: – biglietto unico comprensivo di ingresso alla Galleria d’Arte Moderna e alla Mostra per l’importo di € 14,50 intero (di cui € 3,50 alla Mostra e € 11,00 al Museo) e di € 10,00 ridotto (di cui € 3,50 alla Mostra e € 6,50 al Museo), per i non residenti; – biglietto unico comprensivo di ingresso alla Galleria d’Arte Moderna e alla Mostra per l’importo di € 10,00 intero (di cui € 3,50 alla Mostra e € 6,50 al Museo) e di € 9,00 ridotto (di cui € 3,50 alla Mostra e € 5,50 al Museo), per i residenti

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 060608

SITO UFFICIALE: http://www.galleriaartemodernaroma.it

Era il 28 ottobre 1925 e, per la prima volta, nelle sale di Palazzo Caffarelli in Campidoglio prendeva vita un percorso espositivo con un nucleo di opere di arte contemporanea acquisite dal Comune di Roma. Si trattava della forma nascente di quella che sarebbe divenuta di lì a poco la Galleria d’Arte Moderna, la prima collezione civica basata sull’acquisizione di opere moderne di artisti, affermati o emergenti, attivi nel panorama artistico italiano e internazionale. Esattamente 100 anni dopo si celebra la fondazione della collezione con la grande mostra GAM 100. Un secolo di Galleria comunale 1925-2025, in programma dal 20 dicembre 2025 all’11 ottobre 2026, nell’odierna sede museale di via Francesco Crispi.

Con oltre 120 opere tra dipinti, sculture e opere di grafica, il percorso espositivo intende ripercorrere l’evoluzione della Galleria capitolina attraverso i passaggi fondamentali che hanno caratterizzato una lungimirante politica di acquisizioni. Un processo lungo e articolato avviato già nel 1883, con l’acquisto delle prime opere avvenuto durante la celebre “Esposizione delle Belle Arti” al Palazzo delle Esposizioni – tra cui la statua in marmo Cleopatra di Girolamo Masini, oggi esposta all’interno del chiostro – e proseguito fino ai nostri giorni, con il raggiungimento di un corpus di oltre 3.000 opere e una collezione che vanta al suo interno artisti del calibro di Giacomo Balla, Carlo Carrà, Mario Sironi, Fortunato Depero, Antonio Donghi, Renato Guttuso, Giorgio de Chirico, Antonietta Raphaël Mafai, solo per citarne alcuni.

Attraversando le sale della mostra, si possono ripercorrere i movimenti e le tendenze di oltre due secoli di storia dell’arte, a testimonianza della pluralità di stili e voci raccolte dalla Galleria e del legame inscindibile di queste opere e dei loro autori con la politica culturale della città (e del Paese intero). Interpretando molto spesso lo spirito dei tempi, la Galleria d’Arte Moderna ha dato voce alle varie realtà emergenti: a partire da quelle della fine dell’Ottocento, del movimento In arte libertas di Nino Costa e Giulio Aristide Sartorio e della successiva avanguardia Futurista, passando poi per la Secessione romana con le sue mostre al Palazzo delle Esposizioni (1913-1916), e il movimento Novecento di Margherita Sarfatti e della rivista Valori Plastici. Si incontra il Realismo magico di Antonio Donghi, la Metafisica di de Chirico, il secondo Futurismo e trovano spazio le Biennali e le Quadriennali romane che tanto hanno contribuito all’accrescimento della collezione capitolina. E poi ancora il periodo della Scuola Romana, il secondo dopoguerra con i nuovi canoni dell’Astrazione, dell’Informale e della Neoavanguardia, gli anni ’70 e ’80, i cambiamenti degli anni ’90 e le ultime acquisizioni dei 2000.

Ma quella raccontata è anche una storia fatta di luoghi, spazi museali, vicissitudini talvolta complesse che hanno accompagnato la galleria nel corso del Novecento. Si va così dall’inaugurazione nel 1925 a Palazzo Caffarelli e la riapertura nel 1931 con il nome di Galleria Mussolini, curata da Antonio Muñoz, alla prima Quadriennale nel 1931 al Palazzo delle Esposizioni; dalla rinascita a Palazzo Braschi nel 1952 alla nuova sede al Palazzo delle Esposizioni (dal 1963 al 1972) a cura di Carlo Pietrangeli. Fino ad arrivare alla doppia inaugurazione del 1995 e del 2011 nella sede attuale, all’interno dell’ex convento delle carmelitane scalze a San Giuseppe a Capo le Case.

Il percorso espositivo si apre al primo piano con la sezione LA NASCITA DELLA GALLERIA. LE PRIME ACQUISIZIONI, LE AVANGUARDIE E IL RUOLO DELLE QUADRIENNALI in cui si mette in luce l’inaugurazione del 1925 in Campidoglio e il successivo riallestimento a opera di Antonio Muñoz nel 1931, quando assume il nome di Galleria Mussolini. 

L’inaugurazione della galleria è il punto di arrivo di un grande fermento: le opere acquisite provengono infatti da importanti eventi espositivi che hanno determinato la fortuna di molti artisti del tempo. Basti pensare alle numerose rassegne volute dalla Società Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma da cui provengono artisti del calibro di Enrico Coleman (Lago di Nemi), Duilio Cambellotti (Conca dei bufali) e soprattutto Giacomo Balla con il capolavoro Il dubbio.

Ma sono soprattutto le mostre della Secessione romana nel secondo decennio del Novecento a trasmettere l’idea di un’attenzione precipua per ciò che è contemporaneo. “Secessioniste” sono dunque le opere di Vittorio Grassi (I civettari), Enrico Lionne (Violette), Camillo Innocenti (La sultana) ma anche di Auguste Rodin, uno dei pochi artisti stranieri presenti in collezione. Dall’altro lato la purezza, il “ritorno all’ordine”, gli ideali propugnati dalla rivista Valori plastici e dal movimento Novecento di Margherita Sarfatti, con l’obiettivo di porsi in alternativa alla dilagante esuberanza delle avanguardie in nome di un ritrovato e rinnovato classicismo che chiama a raccolta artisti quali Felice Carena con l’opera Serenità, Mario Sironi con La famiglia o ancora Gino Severini il quale – alla stregua di altri artisti tra cui Achille Funi e Maria Immacolata Zaffuto – si cimenta nel recupero dei saperi tecnici dell’antica Roma come, ad esempio, il mosaico nella sua Composizione.

Nella tensione artistica di quegli anni non si può non citareil Realismo magico di Antonio Donghi (Donna alla toletta) e la Metafisica di de Chirico (Combattimento di gladiatori). Parallelamente, tra il 1921 e il 1925, le Biennali romane assumono il ruolo di evento principale a cui si rivolgono tanto gli artisti quanto gli amministratori, i quali prediligono l’esotismo di Primo Conti e la raffinatezza di Ferruccio Ferrazzi. E ancora di più lo sono le Quadriennali (la prima è del 1931) in scena al Palazzo delle Esposizioni, ispirate e guidate dal segretario Cipriano Efisio Oppo che, anche grazie alla posizione privilegiata all’interno del regime fascista, decreta il successo di artisti contemporanei, rivalutando al contempo le esperienze di Giovanni Nino Costa (Alla fonte) e Giulio Aristide Sartorio (Le vergini savie e le vergini stolte), protagonisti assoluti del movimento In arte libertas, nato alla fine dell’800 per ricusare i rigidi schematismi dell’accademia a favore di una più libera interpretazione del dato espressivo, spesso dal sapore simbolista.E ancorail Secondo Futurismo a cui è dedicato un intero spazio, con opere di Tato, Benedetta Cappa Marinetti, Enrico Prampolini, Fortunato Depero, Sante Monachesi e Tullio Crali.
 
La sezione DALLA RICERCA DI UNA NUOVA SEDE ALLA RINASCITA NEGLI ANNI CINQUANTA al secondo piano fa da ponte tra le esperienze del primo Novecento e quelle che si concretizzano dopo la Seconda guerra mondiale. Nel mezzo, la soppressione della galleria avvenuta nel 1938 su decisione del ministro dell’Educazione Giuseppe Bottai e del governatore di Roma Piero Colonna, concedendo le opere della collezione in deposito temporaneo alla Regia Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Valle Giulia. Dopo la guerra Carlo Pietrangeli si impegna per riportare alla luce le opere della collezione con la riapertura della galleria nel 1952 agli ultimi due piani del Museo di Roma a Palazzo Braschi. Tra gli artisti esposti, Onorato Carlandi: il più importante e prolifico esponente dei XXV della Campagna romana, gruppo che ha a cuore i paesaggi dell’agro romano dipinti en plein air e che ad oggi costituiscono un documento prezioso di una realtà non più visibile. Sono anche gli anni della Scuola romana, di Scipione con il Cardinal decano, considerata una delle più alte vette dell’arte del Novecento, e di Renato Guttuso con i suoi Tetti di Roma. Ad ulteriore ricordo dell’apertura del 1952 si è voluto riproporre qui una versione in piccolo della sala detta del “Bianco e nero” con opere grafiche di Giorgio Morandi e Arturo Checchi.

La sezione VERSO LA NUOVA GALLERIA D’ARTE MODERNA. UNA COLLEZIONE IN CONTINUA CRESCITAall’ultimo piano si focalizza sul trasferimento della raccolta dal Museo di Roma al Palazzo delle Esposizioni con la “Mostra di una selezione di opere” del 1963 curata ancora una volta da Carlo Pietrangeli e terminata nel 1972, quando le opere tornano nei depositi. E ancora una volta le acquisizioni di questi anni – che non si arrestano neppure di fronte alle incertezze nel trovare nuove sedi museali – riflettono una eterogeneità nella scelta delle opere, con uno sguardo al passato e uno alle più recenti novità artistiche (esposti, tra gli altri, Pompeo Fabri, Vittorio Grassi, Giuseppe Capogrossi, Giulio Turcato, Alberto Savinio, Antonietta Raphaël Mafai, Fausto Pirandello).

Negli anni Novanta viene individuata come sede provvisoria della galleria l’ex convento delle carmelitane scalze in via Crispi, cui segue l’inaugurazione nel 1995. Dopo importanti lavori di ammodernamento, la struttura riapre nel 2012, e l’incremento della collezione prosegue con importanti e recentissime acquisizioni, tra cui opere di Elisa Montessori, Lamberto Pignotti e Guido Strazza.

L’ex convento delle carmelitane scalze a San Giuseppe a Capo le Case

Riconducibile alla fase iniziale di costruzione del convento, è il dipinto murale seicentesco realizzato da Suor Eufrasia della Croce, abitante del convento e amica di Plautilla Bricci, scoperto dopo anni di occultamento su una delle pareti del primo piano e tornato visibile, oggi, in occasione dell’apertura della mostra. I dipinti erano destinati alla decorazione di uno degli ambienti più sacri della clausura, il coro d’inverno, dove si custodiva una reliquia della vera croce. Dai frammenti rimasti si percepisce una decorazione più estesa: due suore in preghiera davanti alla Croce-fontana, simbolo di vita e resurrezione, legata alla spiritualità carmelitana. Accanto, un secondo murale con la Vergine, Maria Maddalena e San Giovanni, oggi lacunoso al centro, mostra un registro più drammatico rispetto al primo.

L’edificio – che oggi raccoglie la collezione della Galleria d’Arte Moderna – è un ex- convento delle Carmelitane Scalze, risalente alla fine del XVI secolo, (di cui le religiose conservano ancora una piccola parte), collocato nel rione Colonna.

La posizione dell’antico monastero è nel 1600 ancora marginale rispetto al centro abitato della città confinante allora con vigne e giardini tra cui la Villa Ludovisi; ora, invece, la costruzione, che negli anni ha subito delle trasformazioni, si trova in uno dei crocevia più famosi di Roma, tra la Fontana di Trevi e Piazza di Spagna, inglobata in un serrato tessuto urbano. Memoria tangibile di questa originaria posizione periferica è indicata anche dal nome della piccola chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case, in origine cappella del monastero, che sottolinea come la costruzione fosse situata in “capo” alle case, alla sommità di una strada in salita oltre la quale c’era la campagna. Questo nome è rimasto al primo tratto della via, su cui si affaccia S. Andrea delle Fratte, mentre il secondo tratto, nei primi anni del Novecento, fu intitolato allo statista Francesco Crispi.

Chiesa di San Giuseppe a Capo le Case

La chiesa di S. Giuseppe a Capo le Case a pochi passi da Trinità dei Monti e da Piazza di Spagna fu voluta come il monastero delle Carmelitane Scalze, dall’oratoriano spagnolo Francesco Soto (1534-1619).

Questa semplicissima chiesa nasconde un gioiello particolare: una piccola Scala Santa. Le Carmelitane erano suore di clausura, così il fondatore del loro Ordine, Francesco Soto, fece costruire nel recinto del monastero sette cappelle dotate, per concessione del Papa, delle indulgenze, in modo che alle suore fosse risparmiato di uscire. Inoltre nella cappella a sinistra del presbitero è custodita la speciale Scala Santa, simile all’omonima in San Lorenzo in Palatio, presso San Giovanni in Laterano. Essa fu fatta costruire nel 1717 dalla superiora del Monastero, la madre Serafina della Santissima Trinità, per la devozione delle suore che non potevano recarsi presso quella originale di San Lorenzo in Palatio.

“Una Scala Santa per consolazione comune di questo nostro monastero”, così si legge nelle cronache del convento. A realizzare l’opera, venne chiamato l’architetto Tommaso Mattei (1652-1726), attivo nel periodo dell’arte barocca a Roma, allievo degli artisti romani Carlo Fontana e Carlo Rainaldi. Mattei volle studiare bene il tutto primo di procedere ai lavori che diedero vita – come si legge in un documento dell’epoca – a questa “fabbrica adorna di stucchi, di scalini, di marmo bianco e così la cappella e i romitori” dove le carmelitane si riunivano a pregare. 

Il 15 maggio 1718 fu il Pontefice stesso a far visita – assieme a vari porporati e prelati della Curia Romana – alle religiose per benedire la Scala Santa. L’evento è ricordato nell’iscrizione posta sopra l’ingresso dell’opera: Clemente XI concedeva 25 anni di indulgenza alle religiose che sarebbero salite in ginocchio e l’indulgenza plenaria – 5 volte – l’anno se ciò fosse avvenuto in giorno di comunione. 

Roma non finisce mai di stupirci.

GRANDI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA: LÁSZLÓ MOHOLY NAGY A PALAZZO FALCONIERI A ROMA

GRANDI MAESTRI DELLA FOTOGRAFIA. LÁSZLÓ MOHOLY-NAGY
Accademia d’Ungheria in Roma – Palazzo Falconieri, Via Giulia 1
fino al 28 febbraio 2026

Nella splendida cornice di Palazzo Falconieri in via Giulia a Roma l’Accademia di Ungheria prosegue con la serie Grandi Maestri della Fotografia. Dopo Robert Capa e André Kertész, la rassegna rende omaggio a un altro illustre artista di origine ungherese: László Moholy‑Nagy, uno dei protagonisti più versatili e influenti del Novecento.

La mostra, realizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center di Budapest e con il sostegno del Ministero della Cultura e Innovazione ungherese, presenta circa sessanta opere selezionate dalla Collezione della Fondazione Moholy‑Nagy. L’esposizione è arricchita da fotografie legate alla sua vita, estratti dei suoi film e installazioni che ne raccontano la ricerca artistica.

La struttura dell’allestimento si ispira al linguaggio formale del Bauhaus: un grande pannello luminoso retrostante illumina le immagini stampate su superfici trasparenti. Saranno visibili il suo studio (con Lucia Moholy‑Nagy) a Dessau nel 1926, il suo ufficio di Chicago nel 1937, l’allestimento di una mostra a Brno nel 1935, scenografie e bozzetti per spettacoli teatrali, nonché un copione cinematografico disegnato. La mostra, realizzata in collaborazione con il Robert Capa Contemporary Photography Center di Budapest e sostenuta dal Ministero della Cultura e Innovazione ungherese, raccoglie circa sessanta opere provenienti dalla Collezione della Fondazione Moholy-Nagy. Accanto ai lavori più noti, l’esposizione presenta anche fotografie private, estratti cinematografici e installazioni che restituiscono la varietà dei linguaggi esplorati dall’artista.

Il percorso espositivo è concepito come un omaggio allo stile Bauhaus, che Moholy-Nagy contribuì a definire: un grande pannello luminoso retrostante illumina immagini stampate su superfici trasparenti, creando un ambiente visivo dinamico e attraversato dalla luce, elemento centrale nella sua poetica. Tra i materiali in mostra compaiono lo studio di Dessau condiviso con Lucia Moholy nel 1926, l’ufficio di Chicago del 1937, documenti dell’esposizione progettata a Brno nel 1935 e scenografie, bozzetti e perfino un copione cinematografico illustrato. L’allestimento mette in evidenza come la celebre “nuova visione” dell’artista permei tutta la sua produzione: dai film alle fotografie, dai fotogrammi astratti ai collage, ogni medium diventa un territorio di sperimentazione connesso agli altri in un unico flusso creativo. L’esposizione sarà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2026.

Una risonanza contemporanea

A dialogare con la retrospettiva, gli ambienti del Piano Nobile del Palazzo Falconieri ospitano la mostra parallela “Risonanza – in omaggio a László Moholy-Nagy”, a cura di Pál Németh. Sei artisti contemporanei – Zsolt Gyenes, Anita Egle, Ferenc Forrai, Olívia Zséger, Márta Krámli e Balázs Veres – presentano opere che, pur diverse per linguaggio e ricerca, si accordano spontaneamente all’eredità di Moholy-Nagy, generando un dialogo che ne attualizza la visione.

Palazzo Falconieri in Via Giulia a Roma

Palazzo Falconieri, oggi sede dell’Accademia d’Ungheria, sorge sui resti di un antico porto fluviale, posto sulla riva sinistra del Tevere. Distrutto, molto probabilmente in seguito alla sistemazione urbanistica voluta da Giulio II all’inizio del XVI secolo, il porto è oggi parzialmente conservato nei sotterranei dell’edificio.

Via Giulia, tra le più belle ed eleganti di Roma, prende il nome dal pontefice che, dal 1508, decise di trasformare la medievale e scomoda via magistralis, in una nuova arteria in grado di collegare Ponte Sisto con il Ponte degli Angeli.

La realizzazione del progetto di costruzione della Strada Giulia, fu affidato a Donato Bramante, con l’incarico di “indirizzare” la via, vale a dire di disegnarla come un lungo rettilineo, sul quale edificare per primo il grandioso palazzo dei tribunali.

Il palazzo posto al “principio” di via Giulia nel 1574 fu acquistato dalla famiglia Odescalchi per poi passare poi al Cardinale Paleotti e nel 1606 a Mario Farnese.

Nel 1638 l’edificio fu venduto, al prezzo di 19.000 scudi, ai Falconieri, famiglia di origine fiorentina, nota dal XIII secolo, trapiantatasi a Roma nel XVII secolo e salita a grande ricchezza con l’appalto delle gabelle del sale.

Tra il 1646 e il 1649, Borromini, su incarico di Orazio Falconieri, ampliò il palazzo aggiungendo sulla destra della facciata un portone cieco, simmetrico e simile a quello originario, su cui è un falco simbolo dei Falconieri, e altre tre finestre. Le estremità furono decorate con due erme colossali a testa di falco e seni femminili, allusione forse alla bellezza delle donne Falconieri. Dalla parte verso il Tevere fu aggiunta una nuova ala, con una loggia a tre archi terminante con una balaustra ornata di erme bifronti, che alludono al movimento annuale del sole e della luna.

La scala a sinistra dell’ingresso compiuta nell’Ottocento consente l’accesso al piano superiore dove alcune sale conservano sulla volta la ricca decorazione in stucco concepita da Borromini per i Falconieri. Gli stucchi, dal forte contenuto simbolico, sono stati dorati nel Settecento, in occasione delle nozze di Costanza Falconieri con Luigi Braschi, nipote di papa Pio VI.

Estintasi la famiglia Falconieri nel 1865, il palazzo fu venduto ai Medici del Vascello. Nel 1890, in seguito ai lavori per la realizzazione dei muraglioni di Lungotevere, la parte verso il fiume subì notevoli modifiche. Acquistato dall’ungherese Vilmos Frankoi, fondatore dell’Istituto Storico-Geografico, fu ceduto nel 1927 al governo ungherese; dal 1928 vi ha sede l’Accademia di Ungheria. L’Accademia possiede una biblioteca specializzata di più di 20.000 volumi e organizza corsi di lingua ungherese.

Recentemente sono stati conclusi i lavori di ristrutturazione interna dell’edificio come pure il restauro delle facciate e della loggia borrominiana