Kandinsky, il quadro come partitura musicale

Dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027

Palazzo Bonaparte, Piazza Venezia, 5

Orari 

da lunedì a giovedì 9.00-19.30

venerdì, sabato e domenica 9.00-21.00

Dal 15 settembre 2026 al 14 febbraio 2027, Palazzo Bonaparte ospita la prestigiosa esposizione dedicata all’artista russo, tra i principali artefici della nascita dell’astrattismo. La mostra, realizzata da Arthemisia in collaborazione con il Centre Pompidou, ripercorre la vita e l’arte del pittore, dagli studi in Giurisprudenza ed Economia all’Università di Mosca fino alla consacrazione come uno dei grandi protagonisti delle avanguardie europee.

Curato da Angela Lampe, il percorso espositivo si divide in cinque sezioni. Attraverso oltre settanta opere provenienti da collezioni internazionali e dal Centre Pompidou di Parigi, si esplorano le diverse fasi della ricerca di Kandinsky: dagli esordi figurativi al periodo trascorso a Monaco, dalla fondazione del Der Blaue Reiter agli anni della Russia rivoluzionaria, fino all’esperienza al Bauhaus e agli ultimi anni parigini. La mostra documenta anche le due donne che hanno segnato la vita dell’artista: la compagna Gabriele Münter, esponente dell’Espressionismo tedesco, presente con un’importante selezione di opere e materiali documentari, e la moglie Nina Kandinsky, il cui lascito al Centre Pompidou ha permesso di conservare il patrimonio artistico del pittore. Vengono inoltre approfondite le origini del pensiero astratto di Kandinsky, ispirato dall’incontro con I Covoni di Claude Monet e dall’ascolto del Lohengrin di Richard Wagner. Attraverso queste esperienze l’artista maturò l’idea che l’arte potesse emozionare lo spettatore attraverso forme e colori, senza l’obbligo di rappresentare fedelmente la realtà.

Tra i capolavori in mostra a Palazzo Bonaparte spicca Giallo, rosso, blu (1925), una delle opere più rilevanti di Kandinsky. Realizzata durante il periodo d’insegnamento al Bauhaus, la tela rappresenta la quintessenza del suo manifesto artistico: per il pittore la pittura non deve rappresentare la realtà, ma trasformare forme geometriche e colori in emozioni pure. Il quadro orchestra una sinfonia visiva nella quale i colori, al pari di note musicali, e le forme, come ritmi strutturati, trasformano la percezione in risonanza interiore. È un’opera che chiede di essere ascoltata con l’anima, permettendo di sentire i colori e vedere i suoni, o letteralmente di ascoltare con gli occhi e vedere con le orecchie. La tela mostra così la transizione dalle rigide geometrie all’astrazione lirica, usando i tre colori primari come strumenti musicali. Il lato sinistro è dominato dall’energia vitale del Il lato sinistro è dominato dall’energia vitale del giallo, un colore squillante come il suono acuto di una tromba che vibra di luce e si muove verso lo spettatore attraverso angoli e linee tese. Al polo opposto, sulla destra, si staglia il blu profondo e meditativo che, simile al timbro di un violoncello, trascina verso la dimensione spirituale ed è accolto dalla forma perfetta del cerchio. Al centro, il rosso agisce come elemento di transizione, una tonalità calda che bilancia la logica solare del giallo e l’abisso mistico del blu.

In mostra sono esposti inoltre L’Arco nero (1912), tra i lavori più emblematici del suo linguaggio astratto, insieme a documenti, fotografie, oggetti personali e materiali della Bibliothèque Kandinsky.

Come raggiungere la mostra

Palazzo Bonaparte si raggiunge dal nostro boutique hotel con una comoda passeggiata di soli 15 minuti. Il percorso attraversa via Panisperna che, con i suoi caratteristici saliscendi, le piante rampicanti che incorniciano i palazzi storici, i sanpietrini e l’atmosfera d’altri tempi, rappresenta la vera essenza del Rione Monti ed è considerata una delle strade più belle di Roma.

Arrivati a Largo Magnanapoli – dominato dall’imponente Torre delle Milizie che svetta sopra la facciata barocca di Santa Caterina a Magnanapoli – e costeggiando a sinistra il complesso dei Mercati di Traiano, si imboccano le scale di via delle Tre Cannelle che conducono rapidamente verso piazza Venezia.

Da lì, attraversando la piazza, si trova l’ingresso di Palazzo Bonaparte direttamente sulla destra, all’inizio di via del Corso.

Le 4 stagioni a Roma: l’estate

L’estate a Roma non è una stagione, ma uno stato d’animo. Fa caldo a luglio e agosto, e ci sono momenti nei quali il sole picchia con violenza sui muri, rendendo immobile l’aria e trasformando la città in una massa solenne, maestosa e monumentale. L’arsura polverosa e rovente è stemperata dal soffio gentile del vento di Ponente serale che si leva sui colli, sotto un immenso cielo arancione o rosseggiante, donando respiro alle piazze e facendo vibrare la pietra accaldata come in un sospiro di sollievo.

Nessuna stagione tocca più intimamente l’anima di Roma. La luce di luglio e agosto scolpisce l’architettura in volumi solidi, taglia le forme in blocchi perfetti e modella le linee, trasformando la pietra in essenza geometrica pura. A Roma quasi tutto è stabilito dalla luce: il colore, il contrasto, il contorno, la plasticità. Solo la luce spietata dell’estate rende appieno i corpi; come in una scena illuminata a giorno senza vuoti, si evidenzia quel tono plastico inequivocabile che contraddistingue Roma e che rende unici il suo paesaggio, la città e le sue architetture.

La forte luce annerisce i colori, e le ombre nere di sole si tingono dei riflessi di colore dal quale il bianco esce candido, purificato dalla luce accecante. Il chiaroscuro ritrae Roma come una fotografia ad alto contrasto o un quadro caravaggesco.

Dalle ombre emerge la luce e il tessuto visivo della città è tramato dalla luce. Il Pantheon ne è un grande interprete, che usa magistralmente le note di luce e ombra. A Roma lo spazio ha come sostanza la luce. Se n’è fatto interprete il pittore danese Christoffer Wilhelm Eckersberg che scelse deliberatamente le ore centrali del giorno estivo per catturare la verità geometrica e la durezza della pietra sotto il sole del Mediterraneo. “Qui la luce estiva non ammorbidisce le forme, ma le taglia con la precisione di un coltello. A mezzogiorno il sole cade a piombo, verticale e spietato, rendendo i monumenti masse di puro contrasto, sagome geometriche accecanti e ombre nere come l’inchiostro. In queste ore calde l’aria trema e la città diventa immobile; dipingere all’aperto è impossibile, e si è costretti a cercare il fresco profondo e la salvezza nell’ombra delle rovine o dei porticati.”

La luce dipende da una combinazione unica di fattori fisici. A Roma nasce dalla piana alluvionale del fiume, dall’origine vulcanica dei colli che la circondano, dal mare, dal vento, dalla pressione atmosferica, dall’umidità, dal manto vegetale. La luce di Roma, che ha incantato generazioni di pittori, è unica, e ogni giorno questa luce e le sue ombre sono diverse.

L’estate a Roma si compone della frescura monumentale delle grandi chiese, nelle quali cercare riparo. Ci accolgono come profonde grotte di marmo, avvolgendoci in un buio ed eterno silenzio che cala improvvisamente come un sipario non appena si chiude la porta, lasciando fuori la luce accecante. La pace sacra di questi interni riflette la mite quiete dei pomeriggi estivi quando tutto sembra fermarsi e invita a sostare. L’occhio dapprima fatica a distinguere la ricchezza di marmi colorati, oro e mosaici celati nella penombra, che si svelano lentamente al visitatore come miraggi. In estate si susseguono i contrasti. Mai il bianco appare così fresco e limpido come sotto la folgorante luce estiva, che si rifrange sul marmo e avvolge con il suo calore l’acqua cristallina. I riflessi sfarfallano e guizzano sulle forme quando la luce penetra l’acqua in movimento. La materia si anima attraverso un gioco di ombre in continua mutazione che si traduce, sul fondo, nella sublime metamorfosi di danzanti ed effimeri disegni. Il bianco del marmo perde la sua rigidità minerale e sembra quasi vibrare, muovendosi insieme alle increspature e agli spruzzi d’acqua, restituendo una sensazione di freschezza visiva che contrasta con la calura dell’aria.

Nelle ore più calde i parchi cittadini offrono rifugio sotto pergolati di alberi maestosi che intrecciano i loro possenti rami, giganteschi ombrelloni che disperdono i sottili raggi di luce come fili di pioggia sulla terra bruciata. La fitta vegetazione di lecci e pini nasconde ombre dense, lacerate in prospettiva dalle linee nette di sentieri e vialoni inondati dalla luce violenta. Il bianco marmo delle fontane, colpito dai raggi di sole che riescono a penetrare le fitte fronde, si ravviva improvvisamente. Le sculture, punti di luce teatrale in mezzo all’oscurità del fogliame circostante, si destano come per magia e sembrano respirare.

Nelle ore centrali, la luce verticale che cade a piombo su travertino e marmo assume una qualità termica. È così violenta e bianca che rende palazzi e piazze immobili, sospesi sotto un riverbero accecante. Il travertino ne assorbe il colore e lo riflette in una luminescenza gessosa e abbagliante. Il suo riverbero ci costringe a socchiudere gli occhi. Il cielo si nasconde dietro a un bianco bagliore. Quando si passa davanti ai portoni aperti dei palazzi, sembra che lo sguardo sprofondi in una grotta oscura; da lì esala quell’alito umido e fresco che ha un velato retrogusto di muffa. In quelle lunghe ore di primo pomeriggio siamo spinti a cercare rifugio nei musei e nelle gallerie della città, attraversando cortili e logge spaccate nette da luce e ombra. Complice la temperatura elevata, scopriamo che sono spazi sacri, luoghi abitati dalle muse (Mouseion) pronti a invitarci a passeggiare nella natura estetica e olistica dell’arte. Ed è proprio la condizione di abbandono e deserto di molti musei romani a trasformarli in eterotopie, luoghi diversi, spazi di rifugio, meditazione e asilo al riparo dal calore assordante. Non è lo spazio a contenere l’arte, ma l’arte a generare lo spazio composto dal gioco di luce e ombra. Qui l’occhio abbacinato dalla violenta luce del meriggio trova sollievo immediato e riposo come sotto l’ombra fresca di un albero. La luce che colpisce i cornicioni delle finestre monumentali si riversa nello spazio, rimbalza sulle chiome dei soffitti a cassettoni scuri e sulle volte affrescate, frantumandosi nel vuoto. Il chiarore filtrato dalle mura irradia la penombra delle sale strutturandone i volumi. I raggi tagliano i pavimenti in fasci netti e dorati, rivelando la polvere sospesa come pulviscolo tra i rami, che ci incanta con la sua danza lenta e fluttuante. Gli sfondi dei dipinti e i fregi brillano come incandescenti foglie d’autunno dorate. Le finestre disposte in successione riversano una sequenza regolare di tagli di luce obliqui, che rigano l’aria trasversalmente, creando un’alternanza ritmica: una fascia di luce dorata, una zona d’ombra, poi un’altra fascia di luce. Questo alternarsi di chiari e scuri guida l’occhio verso il punto di fuga, l’enfilade, la successione in linea retta di aperture e stanze tipica dei palazzi romani. Lo sguardo attraversa le soglie amplificando la prospettiva in uno spazio continuo che si dilata all’infinito, come i viali prospettici di una foresta monumentale, dove i tronchi si susseguono a perdita d’occhio. In lontananza l’ultima sala, satura di un chiarore dorato, appare quasi irraggiungibile, come una raduna dispersa nel tempo. Sale, corridoi, cortili, logge e scale levigati dalla luce si trasformano in un paesaggio quieto e ameno. Lungo il sentiero prospettico i marmi liquefatti dalla luce sembrano emanare una loro luminescenza interna, traslucida e viva. La luce penetra per qualche millimetro dentro la pietra prima di essere respinta donando alle sculture una morbidezza quasi epidermica. La materia respira. Nei punti in cui la scultura curva – la piega di un muscolo, il profilo di un mento, l’onda di un capello – una linea di luce sottilissima e concentrata lambisce il contorno come un brivido. A mezzogiorno quel riverbero ha un tono latteo. Quel chiarore d’avorio con il passare delle ore inizia a svanire. La luce si fa densa, assume il colore della resina e del miele. I fasci si inclinano lentamente, allungandosi sui pavimenti e accendendo la porosità del travertino di un calore dorato. I bronzi scuri, prima immersi in un’ombra verdastra, catturano gli ultimi raggi obliqui accendendosi di bagliori ramati e rossastri.

Tornati all’esterno, la pietra si infuoca, accendendosi di ocra, arancione bruciato e terra di Siena. I palazzi sembrano trattenere e irradiare il calore cromatico del giorno che oramai volge al declino. Mentre le finestre e le parti alte dei palazzi al tramonto si liquefano come oro vivo, nelle distese si allungano ombre fredde e possenti, venate di blu cobalto e violetto. Sopra i tetti e i vicoli, il cielo estivo compie la sua transizione. Verso la fine del pomeriggio, l’azzurro intenso e compatto del giorno inizia a perdere vigore. Il colore sembra sciogliersi, sbiadendo lentamente.
Sopra la linea dei tetti e delle cupole, l’aria si fa lattea, quasi gessosa. La luce si azzera prima della metamorfosi.
Ma poi da quel fondo bianco, il cielo inizia a tingersi. Dapprima appaiono sfumature delicate di rosa e arancio pallido sulla linea dell’orizzonte, che poi si caricano esplodendo in un rosso vivido e infuocato. Mentre le cupole e i tetti ne sono ancora saturi, la parte più alta del cielo inizia a raffreddarsi. Nel punto esatto in cui l’arancio del tramonto incontra l’avanzare della notte, i due colori si mescolano per pochi minuti. Il cielo si tinge di un viola intenso e di sfumature color glicine. Man mano che il sole scende sotto l’orizzonte, l’arancione scompare. L’azzurro del giorno muta in blu indaco intenso e limpidissimo, che fa risaltare i profili scuri delle cupole e delle quinte architettoniche prima dell’arrivo della notte.

Ma è la notte il vero capolavoro dell’estate: si passeggia nell’aria tiepida, sotto un cielo limpidissimo. La gente vive per strada e i monumenti fanno da silenziose quinte all’atmosfera allegra delle tavolate.

Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo

La più grande esposizione sull’arte messicana in Europa negli ultimi decenni, la prima realizzata in Italia su Diego Rivera.

09/06 – 13/12/2026

Musei Capitolini, Villa Caffarelli

Un viaggio tra i colori del Messico nella splendida cornice dei Musei Capitolini – Villa Caffarelli, un’intensa retrospettiva dedicata al celebre pittore e muralista messicano, la cui opera rappresenta una cerniera tra tradizione e futuro, capace di dare vita a un linguaggio visivo autonomo e distintivo dell’arte moderna messicana.

Accanto alle opere di Diego Rivera, l’esposizione presenta capolavori di artisti straordinari come Frida Kahlo, José María Velasco, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo, Tamayo, Lozano, Montenegro, Ruiz, Dr. Atl, Saturnino Herrán e molti altri. Ad arricchire il percorso alcuni video e scatti suggestivi, tra cui le fotografie di Rivera, immortalato da Tina Modotti.

Attraverso oltre 140 opere, tra cui 30 capolavori di Diego Rivera, il percorso espositivo racconta la nascita dell’identità culturale messicana dal 1821 a oggi.

Questo percorso trova compimento nella prima metà del Novecento: l’arte si rinnova con un linguaggio inedito che fonde il retaggio precolombiano, le culture popolari e le istanze sociali, ridisegnando così il volto del Messico post-rivoluzionario.

Il motore principale di questo cambiamento è il Muralismo, movimento nato nel 1921 e guidato da artisti come Orozco, Siqueiros e lo stesso Rivera. Dipingendo sugli spazi pubblici, questi maestri hanno reso l’arte accessibile a tutti, trasformando i lavoratori, i contadini e il popolo nei veri protagonisti della storia messicana.

Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni tematiche:

Accademia e tradizione – La formazione di Rivera

Il contributo di Diego Rivera e del Messico alle avanguardie europee – Gli anni europei

Il Rinascimento culturale messicano

Oltre il Realismo sociale

Informazioni

Luogo

Musei Capitolini, Villa Caffarelli

Orario

Dal 9 giugno al 13 dicembre 2026
Tutti i giorni ore 9.30-19.30
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

Informazioni

tel 060608 (tutti i giorni 09.00 – 19.00)

Una vista panoramica eccezionale anzi due…..



Una visita ai Musei Capitolini ci offre uno dei punti panoramici più affascinanti e suggestivi di tutta Roma: la splendida Terrazza Caffarelli, dove si trova la caffetteria. La particolarità di questo belvedere è la sua straordinaria vicinanza al tessuto urbano, che permette di osservare da vicino i colori della città e il gioco delle luci nel cambiare delle ore del giorno. Si ammira la classica tavolozza cromatica dei rioni storici di Roma, dominata dalle tonalità calde dei mattoni, dei marmi antichi e degli intonaci tradizionali. Guardando verso il basso spicca il caratteristico ocra, insieme al giallo acceso e all’arancione bruciato dei palazzi storici del Ghetto e del centro, interrotto qua e là dal grigio argenteo dei tetti in lavagna e dal piombo che riveste le cupole barocche, come quella di Sant’Agnese in Agone. Risaltano poi il bianco monumentale e abbagliante del marmo botticino dell’Altare della Patria e il travertino antico, color miele e poroso, del Teatro di Marcello. A fare da contrasto a questi toni caldi e terrosi ci sono i tocchi di verde intenso dei giardini pensili sui tetti, dei rampicanti sui terrazzi e, sullo sfondo, della vegetazione fitta dei colli del Gianicolo e di Monte Mario. Nelle ore del tramonto l’intera scenografia muta teatralmente: la celebre luce dorata di Roma accende i muri di sfumature rosse, rosa e violacee, mentre il cielo passa dall’azzurro intenso all’arancio infuocato, dissolvendosi in un pallido rosato che svanisce in un profondo blu cobalto. Da questa posizione privilegiata si gode di una spettacolare vista che abbraccia in un unico colpo d’occhio l’antico Teatro di Marcello, il Ghetto Ebraico con la caratteristica cupola squadrata della Sinagoga, e le linee monumentali dell’Altare della Patria a Piazza Venezia. Guardando verso il centro storico catturiamo la cupola del Pantheon, la mole di Castel Sant’Angelo e le cupole barocche che circondano Piazza Navona, tra cui si riconosce chiaramente quella di Sant’Agnese in Agone e nelle vicinanze Sant’Andrea della Valle e San Carlo ai Catinari. Spingendo lo sguardo ancora più avanti, si possono ammirare la maestosa Basilica di San Pietro in Vaticano e la linea verdeggiante del Gianicolo, su cui svetta il profilo del Faro di Manfredi, per poi terminare la panoramica verso nord con il colle di Monte Mario. Per completare questa straordinaria esperienza, la galleria interna del Tabularium, situata sotto Palazzo Senatorio, ci regala un affaccio monumentale opposto, offrendo la vista in assoluto più ravvicinata e profonda sull’intera area archeologica del Foro Romano, del Palatino e del Colosseo.

Come raggiungere la mostra

I Musei Capitolini sono raggiungibili dal nostro boutique hotel con una comoda camminata di soli 15 minuti. Il percorso attraversa Via Panisperna che, con i suoi caratteristici saliscendi, le piante rampicanti che incorniciano i palazzi storici, i sampietrini e quell’atmosfera d’altri tempi, rappresenta l’essenza più autentica del Rione Monti ed è unanimemente considerata una delle vie più belle di Roma.

Arrivati a Largo Magnanapoli – dominato dall’imponente Torre delle Milizie che si innalza sopra la facciata barocca di Santa Caterina a Magnanapoli – e costeggiando il complesso dei Mercati di Traiano sulla sinistra, si incontra la scalinata di Via delle Tre Cannelle che conduce rapidamente verso Piazza Venezia.

Da lì, attraversando la piazza, ci si porta sotto la maestosa mole di marmo bianco del Vittoriano, fino a giungere ai piedi della celebre Cordonata di Michelangelo, la monumentale scalinata che conduce direttamente all’ingresso dei Musei Capitolini in Piazza del Campidoglio.

Un Vermeer a Palazzo Barberini. Donna in blu che legge una lettera

Uno straordinario prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam prosegue il dialogo avviato dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica con alcune delle più prestigiose istituzioni museali internazionali

8 luglio – 11 ottobre 2026

Dall’8 luglio all’11 ottobre 2026 Palazzo Barberini ospita Donna in blu che legge una lettera, straordinario capolavoro di Johannes Vermeer concesso in prestito eccezionale dal Rijksmuseum di Amsterdam.

Realizzata intorno al 1663-1664, Donna in blu che legge una lettera è tra le opere più celebri di Vermeer e uno dei vertici della pittura olandese del Seicento. La scena raffigura una giovane donna assorta nella lettura di una lettera all’interno di un ambiente domestico silenzioso, illuminato dalla luce che entra da una finestra. In questa immagine, divenuta iconica, l’artista raggiunge un perfetto equilibrio tra osservazione della realtà, intensità emotiva e raffinatezza formale.

Il tema della lettera, ricorrente nella produzione di Vermeer, suggerisce relazioni, attese e sentimenti che rimangono volutamente indefiniti, lasciando spazio all’immaginazione dell’osservatore. Attraverso una composizione essenziale e una straordinaria attenzione agli effetti della luce, il pittore trasforma un momento quotidiano in una scena di profonda concentrazione psicologica.

Curato da Thomas Clement Salomon e Paola Nicita, il progetto offre l’occasione di approfondire l’opera di un artista di cui sono note poco più di trenta opere autografe e nessuna conservata in Italia. La rarità dei prestiti delle opere di Vermeer rende questa presentazione un appuntamento di eccezionale rilievo.

Il percorso espositivo si sviluppa tra la Sala Ovale e la Sala Paesaggi. Contenuti digitali dedicati accompagneranno i visitatori alla scoperta della tecnica pittorica di Vermeer, della storia del dipinto e del contesto culturale della Delft del XVII secolo.

Uno speciale approfondimento sarà dedicato al restauro condotto dal Rijksmuseum nel 2010, che ha restituito all’opera la luminosità originaria dei colori e ha permesso di comprendere meglio il processo creativo dell’artista. Gli interventi conservativi hanno riportato alla luce la straordinaria intensità dei blu e preziosi dettagli esecutivi, offrendo nuove chiavi di lettura di questo capolavoro.

Il percorso culmina nella Sala Paesaggi, dove Donna in blu che legge una lettera sarà presentata in uno spazio dedicato, pensato per favorire un’osservazione ravvicinata dell’opera e della sua straordinaria qualità pittorica.

La mostra conferma l’impegno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica nel rendere accessibili al pubblico opere di eccezionale valore provenienti dalle più importanti collezioni internazionali, promuovendo nuove occasioni di conoscenza e approfondimento.

QUANDO 

dal 8 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026

DOVE 

Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini

VIA DELLE QUATTRO FONTANE, 13

ORARI 

Dal martedì alla domenica ore 10:00 – 19.00.

La biglietteria chiude alle ore 18.00.

Lunedì chiuso

Neve D`Agosto a Roma: il miracolo a Santa Maria Maggiore

5 agosto 2026

Basilica di Santa Maria Maggiore

Piazza di Santa Maria Maggiore, 42, Roma

Una nevicata in piena estate. Accadde, secondo una leggenda, nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 358 d.C., quando una coltre di neve fresca ricoprì il colle Esquilino, a Roma. All’origine del prodigio, un’apparizione onirica della Vergine, che chiese a un patrizio romano di nome Giovanni di costruire una chiesa nel punto esatto dove sarebbe caduta la neve. Il mattino successivo, il prodigio si compì e fu interpretato come un segno divino: lì sarebbe sorta Santa Maria Maggiore, oggi la più antica basilica mariana dell’Occidente.

Ogni anno la Basilica Papale di Santa Maria Maggiore celebra, il 5 agosto, la Solennità della Dedicazione della Basilica Liberiana, memoria liturgica della Madonna della Neve. Le celebrazioni culminano con la tradizionale rievocazione del miracolo della neve, che richiama la prodigiosa nevicata del 5 agosto del 358 d.C., legata dalla tradizione alla fondazione della Basilica voluta da Papa Liberio.

Durante il Pontificale delle ore 10 del 5 agosto, al canto del Gloria, una suggestiva nevicata di petali di rosa bianchi, cadono da un cassettone del soffitto della Basilica, rinnovando liturgicamente il ricordo del miracolo della neve. La rievocazione si ripete anche durante il Canto dei Secondi Vespri delle ore 17.30, questa volta al canto del Magnificat.

La giornata culmina nella tradizionale nevicata serale in piazza di Santa Maria Maggiore accompagnata con spettacoli di luci, musica e poesia per rievocare quanto accadde la notte del 5 agosto di oltre 1.600 anni fa.

La leggenda del Miracolo della Neve a Santa Maria Maggiore

La leggenda racconta che, nell’anno 358 d.C. il nobile patrizio romano Giovanni e la moglie, non avendo figli, decisero di offrire i loro beni alla Santa Vergine, per costruire una chiesa da dedicarle. La Madonna apparve agli sposi la notte fra il 4 e il 5 agosto, designando con un miracolo il luogo dove doveva sorgere la chiesa. I coniugi riferirono a Papa Liberio il sogno fatto da entrambi, scoprendo che anche il papa aveva fatto lo stesso sogno; Liberio quindi si recò sul luogo indicato, il colle Esquilino: lo trovò, nonostante si fosse in piena e torrida estate, coperto di neve. Il pontefice tracciò il perimetro della nuova chiesa, seguendo la superficie del terreno innevato e fece costruire il tempio a spese dei nobili coniugi che ne avevano fatto promessa alla Madonna.

La Basilica di Santa Maria Maggiore

L’edificio attuale è una delle quattro basiliche papali di Roma. La struttura conserva l’originario impianto paleocristiano voluto nel V secolo da papa Sisto III, una continuità architettonica eccezionale che si manifesta nello splendido e intatto ciclo di mosaici del V secolo raffiguranti scene bibliche lungo la navata centrale e sull’arco trionfale. All’esterno, l’edificio domina il panorama cittadino grazie al suo imponente campanile romanico in laterizio che, con i suoi 75 metri d’altezza, costituisce il campanile più alto di Roma.

Questa monumentale struttura, nota storicamente anche come Sancta Maria ad Praesepem, custodisce nel cuore della sua confessione sotterranea la preziosa reliquia della Sacra Culla, composta dalle asticelle di legno che costituivano la mangiatoia di Betlemme. Proprio in virtù di questo legame, fin dal V secolo la basilica è considerata la “Betlemme dell’Occidente”: qui i pontefici celebrano da secoli la suggestiva messa della notte di Natale. Questo intreccio rende Santa Maria Maggiore, a tutti gli effetti, la basilica che più intensamente rappresenta il mistero della vita; una vita che germoglia nel gelo sterile dell’inverno del mondo, esattamente come la basilica nacque dal candore della neve in un’estate torrida.

L’evoluzione artistica interna trova un altro culmine alla fine del Duecento sotto il pontificato di Niccolò IV, quando il francescano Jacopo Torriti ridisegnò l’area absidale. Il suo monumentale mosaico incentrato sull’Incoronazione della Vergine, racchiuso in un clipeo blu punteggiato di stelle, testimonia il momento di svolta in cui la tradizione bizantina ha iniziato a dialogare con il nascente linguaggio gotico. Al di sotto di questa scena, il Torriti ha disposto le storie della vita di Maria, collocando al centro la Dormitio Virginis, dove Cristo accoglie tra le braccia l’anima della Madre.

La leggenda stessa della fondazione e della nevicata estiva trova la sua definitiva consacrazione visiva proprio sulla facciata medievale della basilica, all’interno della Loggia delle Benedizioni. Parzialmente celato dalla successiva struttura settecentesca di Ferdinando Fuga, il ciclo musivo del registro inferiore — attribuito a Filippo Rusuti, allievo del Torriti — narra nel dettaglio il prodigio del 358 d.C. Le scene descrivono i sogni paralleli di papa Liberio e del patrizio Giovanni, l’udienza in cui i due si confrontano e, infine, il momento in cui il pontefice traccia sulla neve fresca la pianta della futura basilica, legando indissolubilmente il mito delle origini alle pareti sgraffiate del monumento.

Questo legame spirituale con la Vergine ha guidato anche la scelta di Papa Francesco, che ha rotto una tradizione secolare preferendo questo luogo alle Grotte Vaticane per la sua sepoltura. La sua tomba, caratterizzata da una sobria e discreta lastra con la sola iscrizione Franciscus e la riproduzione della sua croce pettorale, si trova nella navata sinistra dell’edificio, collocata esattamente tra la Cappella Sforza e la Cappella Paolina, nei pressi dell’Altare di San Francesco. Il sepolcro, pavimentato in pietra ligure come omaggio alle terre d’origine della sua famiglia, sorge a pochissimi passi dalla venerata icona della Salus Populi Romani, a cui il Pontefice ha affidato l’intero suo ministero, sigillando l’ultimo capitolo di questa millenaria storia di devozione.

ERCOLANO. L’ARTE DI VIVERE

Dal 22 Luglio 2026 al 18 Ottobre 2026

Castel Sant’Angelo

La mostra:

Reperti straordinari provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano e raramente esposti al pubblico: oggetti che raccontano la vita quotidiana dell’antica città, preservata dall’eruzione del 79 d.C. Tra questi, un pane sfornato duemila anni fa e carbonizzato dall’eruzione del Vesuvio, insieme ad alimenti, reperti organici, stoviglie, arredi e utensili d’uso quotidiano.
Ercolano. L’arte di vivere, è la mostra che conduce il visitatore alla scoperta della città vesuviana, fermata per sempre dall’eruzione del Vesuvio.

Il percorso si apre con una straordinaria Wunderkammer, una “camera delle meraviglie” ispirata alle celebri raccolte rinascimentali. Qui sono riuniti 42 reperti di eccezionale valore provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano: statue, busti, affreschi, gioielli e oggetti della vita quotidiana che raccontano la raffinatezza artistica, il livello culturale e la qualità della vita nell’antica città alla vigilia della catastrofe. Come nelle originarie camere delle meraviglie, l’obiettivo non è soltanto esporre reperti, ma suscitare stupore e meraviglia.
Il visitatore entra quindi nel cuore dell’evento che ha segnato il destino di Ercolano: una sala immersiva dedicata all’eruzione del Vesuvio, con contenuti audiovisivi, dipinti, stampe e arti decorative che documentano la costruzione dell’immaginario del vulcano nell’Europa del Grand Tour.
La mostra ricostruisce poi, attraverso installazioni audiovisive e reperti archeologici, la città viva, con le sue botteghe e i thermopolia, luoghi destinati alla vendita di cibi e bevande pronti per il consumo quotidiano.
Il percorso conduce quindi nell’intimità della domus, tra cucina e dispensa: mortai, pentole, casseruole e preziosi reperti organici – cereali e legumi restituiti dagli scavi – documentano con rara precisione la dieta quotidiana degli antichi ercolanesi, offrendo uno spaccato autentico delle loro abitudini alimentari.
Il racconto prosegue con il vino, protagonista di una delle attività economiche più floride della Campania antica. Plinio il Vecchio celebrava il Falerno come uno dei vini più rinomati del suo tempo, ma il vino era anche un ponte verso il divino, legato al culto di Bacco, dio della vite, della fertilità e dell’ebbrezza rituale.
Il percorso culmina nella sala dedicata al banchetto, dove una meridiana in marmo scandisce i tre momenti dell’alimentazione romana – ientaculum, prandium e cena – tra campanelli in bronzo, vasellame in vetro, bronzo e argento e quello che è forse il reperto più singolare dell’esposizione: la larva convivialis, una piccola figurina scheletrica che, posta sulla tavola, ricordava ai commensali la brevità della vita e li invitava, sulle orme della filosofia epicurea, a godere dei piaceri del convivio.
La colata piroclastica che investì Ercolano nel 79 d.C. ha preservato edifici, oggetti, alimenti e materiali organici, trasformando una catastrofe in una straordinaria fonte di conoscenza. Grazie a questa eccezionale conservazione, oggi è possibile ricostruire con precisione aspetti della vita quotidiana degli antichi ercolanesi, dalle pratiche alimentari alle attività lavorative, dalla cura del corpo alle relazioni sociali nel mondo romano.

LUOGO: Castel Sant’Angelo

INDIRIZZO: Lungotevere Castello 50

ORARI: dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.30 (ultimo ingresso ore 18.30). Chiuso il lunedì

COSTO DEL BIGLIETTO: Il biglietto include l’ingresso a Castel Sant’Angelo e alla mostra

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 39967100

E-MAIL INFO: info@coopculture.it

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Castel Sant’Angelo

Situato sulla riva destra del Tevere, a pochi passi dalla Basilica di San Pietro in Vaticano al quale è collegato dal Passetto di Borgo, Castel Sant’Angelo, anche conosciuto come Mole Adriana e Mausoleo di Adriano, è uno dei monumenti più affascinanti di Roma. Dall’alto delle sue terrazze o dalle larghe aperture situate lungo i camminamenti più esterni si gode di uno dei panorami più suggestivi della città, soprattutto al tramonto.

La storia di Castel Sant’Angelo percepibile e stratificatasi nei secoli in ogni suo angolo, ha reso il monumento unico nel suo genere perché può essere considerato, allo stesso tempo, monumento, area archeologica e museo.

Il Mausoleo divenne sede museale nel 1925, per ospitare collezioni di arte e storia riconducibili a tre nuclei principali costituiti dalle vestigia romane del mausoleo imperiale, dal castello fortificato e dagli appartamenti papali.

Cenni storici:

La storia di Castel Sant’Angelo inizia nel 135 d.C. per volere dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.) che, desideroso di far costruire un mausoleo funebre per sé e per la sua famiglia, si rivolse all’architetto Demetriano. Nei pensieri dell’imperatore c’era una tomba monumentale sullo stile del Mausoleo di Augusto, ma di dimensioni nettamente maggiori.

Terminato nel 139, un anno dopo la morte dell’imperatore Adriano, da Antonino Pio, il mausoleo era accessibile dal Campo Marzio per mezzo di Ponte Elio, l’attuale Ponte Sant’Angelo.

Il monumento è formato da un basamento cubico in marmo lunense e da un tamburo (costruzione circolare) che attualmente costituisce la parte inferiore del castello. Tutto l’edificio era rivestito di marmi e decorato con festoni e fregi su cui si potevano leggere i nomi degli imperatori sepolti al suo interno. Attraverso una galleria che gira intorno al tamburo, si accede a un corridoio che porta alla camera sepolcrale, situata al centro del mausoleo e che anticamente era decorata con preziose lastre di marmi policromi; oggi, si possono ancora osservare le grappe che le trattenevano. L’ambiente ospitava le ceneri dell’imperatore Adriano. Qui, trovarono sepoltura anche sua moglie Vibia Sabina, l’imperatore Antonino Pio e sua moglie Faustina Maggiore, gli imperatori Commodo, Marco Aurelio, Settimio Severo, Geta e Caracalla. Sulla sommità del mausoleo era collocata una quadriga in bronzo che portava in trionfo l’imperatore Adriano.

Nel 403 d.C., forse ad opera dell’imperatore Onorio, l’edificio fu incluso in un bastione delle mura Aureliane entrando a fare parte del sistema difensivo della città e perdendo la sua funzione originaria. Questo fu anche il periodo in cui cominciò a essere chiamato castellum. Fu invece intorno al 590 che, secondo la tradizione, il Mausoleo di Adriano venne chiamato col nome con cui lo conosciamo oggi: Castel Sant’Angelo.

Durante la processione organizzata per scongiurare la grave pestilenza che si era abbattuta sulla città e che ne stava decimando la popolazione, Papa Gregorio I ebbe una visione: l’arcangelo Michele che, in cima alla Mole Adriana, rinfoderava la spada. L’avvenimento venne interpretato come un segno dal cielo che annunciava la fine della pestilenza. Così fu. Come ringraziamento, il papa fece erigere una chiesa dedicata a San Michele e successivamente vi fu collocata una statua che raffigurante l’angelo nell’atto di riporre la spada.

Dopo varie vicissitudini e dispute sulla proprietà, e dopo essere stato utilizzato anche come prigione, uso che mantenne almeno fino ai primi del ‘900, nel 1365, il castello venne ceduto dagli Orsini alla Chiesa. Grazie alla sua struttura massiva e fortificata, i papi cominciarono a utilizzare Castel Sant’Angelo come rifugio, come sede per l’Archivio Vaticano, come una sorta di caveau per il Tesoro della Chiesa, come tribunale e come prigione.

Al tempo del suo pontificato, Niccolò III Orsini (1216-1280) fece realizzare il famoso e utilissimo Passetto che nel 1494 agevolò la fuga dal Vaticano al ben più sicuro castello a papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) durante l’invasione di Roma delle milizie di Carlo VIII di Francia, e nel 1527 a papa Clemente VII (Giulio de’ Medici) durante il Sacco di Roma compiuto dai lanzichenecchi di Carlo V.

Nei secoli successivi, il castello fu sottoposto a grandi trasformazioni. Una delle più consistenti fu eseguita per ordine di papa Alessandro VI Borgia da Antonio da Sangallo il Vecchio che lo rese una vera e propria roccaforte militare e che costruì i quattro bastioni pentagonali e il fossato. Il papa, inoltre, abbellì il castello con giardini e fontane e fece allestire un nuovo appartamento, affrescato da Pinturicchio. Gli altri papi che soggiornarono tra le mura della fortezza fecero trasformare alcuni ambienti in sale di rappresentanza, destinate a stanze private. Tra queste, citiamo la splendida Sala di Apollo, affrescata a grottesche da Perin del Vaga che si ispirò agli ambienti della Domus Aurea decorati con amorini, grifoni, satiri e tritoni.

Tra il 1667 e il 1669, papa Clemente IX fece collocare dieci angeli in marmo lungo il Ponte Elio, che da quel momento fu chiamato Ponte Sant’Angelo. Gli angeli furono realizzati da Gian Lorenzo Bernini e dagli allievi della sua bottega. I primi due furono scolpiti da Bernini stesso e oggi sono conservati nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.

Castel Sant’Angelo fu completamente restaurato tra il 1933 e il 1934, anni durante i quali vennero ripristinati i fossati e i bastioni, e l’area esterna alle fortificazioni fu sistemata a giardino.

Come abbiamo visto, il monumento fu destinato a prigione a partire dalla metà del Trecento. Oltre a celle spaventose, come quella detta Sammalò o San Marocco, in cui il condannato veniva calato dall’alto e aveva appena lo spazio per accovacciarsi, non potendo stare in piedi o sdraiato, il castello ospitava anche delle celle riservate a prigionieri di riguardo. Tra questi ricordiamo Beatrice Cenci, Benvenuto Cellini, Cagliostro e Giordano Bruno.

Le prigioni del monumento fanno anche da sfondo a una delle opere liriche più conosciute, la Tosca di Giacomo Puccini, ambientata ai tempi della caduta della Repubblica Romana, della Restaurazione dello Stato Pontificio e degli echi rivoluzionari provenienti dalla Francia. Nelle sue segrete si agita disperato il pittore Cavaradossi, condannato a morte, poi  fucilato nel cortile. La donna che ama, Tosca, appunto, vinta dal dolore, si suicida precipitando dagli spalti del castello.

Come raggiungere Castel Sant’Angelo dal nostro hotel

Metro A (linea rossa) fermata Vittorio Emanuele

Da via di Santa Prassede 25 potete raggiungere la fermata Vittorio Emanuele della linea A in pochi minuti. Svoltare a sinistra in via di Santa Prassede e a sinistra in via San Martino ai Monti. Attraversare via Merulana e imboccare la via di San Vito: pochi passi e ci troviamo in un angolo alquanto pittoresco e denso di storia, che merita una breve sosta.

Dinanzi a noi si alza l’imponente Arco di Gallieno, arroccato con tutta la sua mole di travertino bianco sulla spoglia e austera facciata quattrocentesca della chiesa di San Vito e Modesto. L’arco sorge sul luogo dell’antica Porta Esquilina, originariamente aperta nelle Mura Serviane del IV secolo a.C. nate in blocchi di tufo di Grotta Oscura dopo il sacco gallico. In epoca augustea la vecchia porta militare fu interamente ricostruita in travertino e monumentalizzata da Augusto con una splendida struttura a tre fornici. Fu solo nel 262 d.C. che il monumento venne dedicato all’imperatore Gallieno. Successivamente, nel 1477, i due fornici laterali (rintracciabili sotto terra) andarono perduti. Fu proprio la costruzione della chiesa e di alcune abitazioni a distruggerli, lasciando visibile oggi solo il grande arco centrale e sovrapponendo per l’ennesima volta la storia alla storia.

Colpisce quanto un angolo così dimesso possa essere ricco di storia o meglio di pagine sovrapposte, cosicché ci sono punti a Roma dove è più facile guardare nel caleidoscopio della storia che rimescola le carte e le ripone una sopra l’altra. Sta a noi riaprire il gioco.

Quella stradina così sonnolenta, con quell’arco maestoso incastrato lì quasi per caso accanto a quella sobria chiesetta — che a Roma passerebbe sicuramente del tutto inosservata con tutte le magnificenze (basti pensare a Santa Maria Maggiore e Santa Prassede), se non fosse per il suo illustre vicino — in epoca romana era la parte terminale di uno degli assi viari più trafficati e importanti dell’intera città. Per immaginarlo occorre sovrapporre le strade di ieri a quelle di oggi.

L’Argiletum, la celebre via dei librai e dei commercianti, partiva nel cuore del Foro Romano correndo in pianura lungo quella che oggi è Via della Madonna dei Monti e continuando su Via Leonina. Qui si addentrava nel cuore pulsante della Suburra, il quartiere abitativo popolare dell’antica Roma. Il suo punto d’arrivo era l’attuale Piazza della Suburra, all’altezza della stazione della metropolitana Cavour: qui l’Argiletum terminava e la strada si biforcava. Il ramo che piegava a destra prendeva il nome di Clivus Suburanus e iniziava a inerpicarsi verso l’Esquilino. Questa salita antica ricalcava le odierne Via in Selci e Piazza di San Martino ai Monti, per poi confluire proprio nell’attuale Via di San Vito, che costituiva l’ultimo tratto della via prima di varcare le mura cittadine oltrepassando la Porta Esquilina.

La Chiesa di San Vito e Modesto ad Macellum

Proprio su questo storico asse si innesta la chiesa di San Vito e Modesto. Il suo nome ‘ad macellum’ conserva l’antica memoria del luogo, il Macellum Liviae, un grande mercato coperto che l’imperatore Augusto dedicò a sua moglie Livia: i nomi continuano a ricordare i luoghi, anche quando essi non esistono più.

La struttura che vediamo oggi nacque per il Giubileo del 1475; l’aspetto castigato e severo riflette la semplicità delle chiese del primo e medio Rinascimento. Questa austerità è ulteriormente accentuata dalla sua posizione, poiché la chiesa è letteralmente inglobata nelle antiche Mura Serviane e addossata alla mole imponente dell’Arco di Gallieno.

Ed è proprio la discesa nella cripta a permetterci un viaggio nella complessa e affascinante stratificazione di Roma. L’accesso a questo sito è completamente gratuito.

Immaginiamo un foglio, che rappresenta il piano di calpestio attuale: ciò che vediamo in superficie delle antiche strutture rappresenta soltanto la loro parte sommitale. Tutto il resto è sprofondato nel sottosuolo a causa del progressivo innalzamento del terreno nei secoli.
Scendendo lungo la passerella degli scavi al di sotto dell’attuale linea temporale, rappresentata dal nostro foglio immaginario, si incontra la prosecuzione verticale della struttura in blocchi della Porta Esquilina, rivelando come il monumento in superficie sia solo la cima di un monumentale sbarramento difensivo e daziario. I blocchi di tufo delle mura si affiancano qui alle strutture del Macellum Liviae, il grande il grande mercato alimentare della zona noto nei documenti medievali come Macello di Livia.

Nello stesso spazio sotterraneo si incrociano i condotti in pietra dell’Anio Vetus — il secondo acquedotto costruito a Roma nel 272 a.C., che portava l’acqua dalle sorgenti dell’alto bacino dell’Aniene fino a questo specifico snodo urbano — e un tratto originale di basolato stradale romano, una porzione della via antica che permette di osservare da vicino la superficie originaria su cui transitavano i carri. Le successive sepolture cristiane individuate nello scavo testimoniano come, nei secoli del tardo impero e del primo medioevo, lo spazio un tempo destinato al mercato e alle infrastrutture pubbliche sia stato progressivamente riutilizzato per scopi funerari, sigillando la fine dell’antichità classica.

Il declino e l’impoverimento del colle

È proprio l’acqua a suggerirci di girare il nostro caleidoscopio: appare l’immagine degli sfarzosi giardini repubblicani ed imperiali chiamati Horti, nati sull’Esquilino grazie alla sua presenza. Sono ben 7, infatti, gli acquedotti che entrano nella città a Porta Maggiore.

Questo paradiso terrestre cade però in un tragico sonno nel VI secolo dopo Cristo, durante le guerre gotiche, quando il taglio sistematico degli acquedotti prosciuga completamente il colle. Spostandosi l’abitato verso il fiume, la regione dei colli perse progressivamente d’importanza e rimase isolata dalla vita cittadina.

La scarsa sicurezza dei luoghi, caratterizzata da un habitat disperso e disseminato di rovine, spiega la costruzione di numerose dimore fortificate da parte dei clan nobiliari romani, l’impoverimento del tessuto edilizio e la forte presenza ecclesiastica. Titoli, chiese devozionali e diaconie erano le uniche strutture di riferimento esistenti sul territorio. Queste determinarono una metamorfosi della destinazione d’uso della zona esquilina da centro mondano e quartiere ad alta concentrazione abitativa in un luogo di ospitalità e carità rivolta ai poveri e ai pellegrini in visita alle basiliche di Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme e chiese minori come Santa Prassede e San Vito e Modesto per l’appunto, la cui visita andò istituzionalizzandosi con i giubilei.

La rinascita: una nuova viabilità e il ritorno dell’acqua

Sono proprio l’acqua e la viabilità tardo rinascimentale con la progettazione della via Sistina a riportare la vita al colle e risvegliarlo dal sonno nel quale era sprofondato. La rinascita inizia alla fine del Cinquecento con gli importanti interventi urbanistici di Gregorio XIII e di Sisto V. Entrambi i papi realizzano un’importante maglia viaria con al centro Santa Maria Maggiore (Via Merulana, Via Felice o via Sistina, via Panisperna) per ripristinare il collegamento dell’Esquilino con la città.

Fu poi l’attivazione dell’acqua Felice, che prese il nome di battesimo di Papa Sisto V suo artefice, a far rifiorire la memoria degli antichi horti, trasformando l’Esquilino ancora una volta in un’area suburbana ricca di ville e giardini. Nel Cinque e Seicento nacquero così le grandi ville rinascimentali e barocche, come la celebre Villa Palombara, della quale oggi null’altro rimane se non la Porta Magica nei giardini di piazza Vittorio Emanuele che costeggiamo per raggiungere la stazione della metro.

Nulla mutò fino al 1870 quando l’Esquilino divenne, in virtù delle sue caratteristiche di spazio quasi disabitato, il fulcro di un programma di opere edilizie volto a costruire abitazioni per il personale impiegatizio della Roma umbertina. Sotto la spinta del primo piano regolatore, l’Esquilino subisce una delle più violente trasformazioni urbanistiche della sua storia. Le splendide ville aristocratiche barocche vengono lottizzate, espropriate e rase al suolo dai picconi della speculazione edilizia per fare spazio ai blocchi residenziali del nuovo rione ed al centro di esse l’unica piazza piemontese con le arcate a Roma: Piazza Vittorio Emanuele.

Il percorso in Metro A e l’arrivo

Dopo questo breve viaggio nel tempo, riprendiamo la nostra passeggiata verso Castel Sant’Angelo.

Quando scendete nella stazione della metropolitana Vittorio Emanuele, scegliete la linea A in direzione Battistini. Scendete poi alla fermata Lepanto e percorrete via Marcantonio Colonna. Attraversate l’elegante via dello shopping via Cola di Rienzo e proseguite su via Cicerone fino a giungere a Piazza Cavour, un altro grande fulcro della Roma Umbertina.

Ed in effetti a Prati, dove un tempo vi era il verde dei Prati di Castello (una vasta zona agricola e di vigne che arrivava fino alle mura del Vaticano), troviamo una situazione speculare alla Roma Piemontese dell’Esquilino. Anch’esso divenne un rione della nuova capitale sabauda, nato con un impianto geometrico regolare e pensato per accogliere la borghesia impiegatizia, con una curiosità urbanistica: le vie vennero progettate in modo tale che, camminando, non si potesse mai vedere la cupola di San Pietro, a testimonianza delle forti tensioni dell’epoca tra il nuovo Stato italiano e il Papato.

Diamo uno sguardo al colossale Palazzo di Giustizia e al suo accademico sovrapporsi di stili. Questa ciclopica struttura in travertino, progettata dall’architetto Guglielmo Calderini e inaugurata nel 1911 dopo oltre vent’anni di spettacolari lavori, rappresenta il simbolo monumentale della magistratura dell’Italia unita. La sua architettura è così carica di decorazioni, statue imponenti e fregi tardo-rinascimentali e barocchi da essere subito ribattezzata dai romani con il dissacrante soprannome di “Il Palazzaccio”.

Ed eccoci infine giunti al Tevere. Da Piazza Cavour vi basterà aggirare il Palazzo di Giustizia lasciandovelo sulla sinistra per sbucare sul Lungotevere Castello. Pochi passi ancora verso destra e vi troverete di fronte a Ponte Sant’Angelo e alla maestosa mole di Castel Sant’Angelo.

Raggiungere Castel Sant’Angelo passeggiando

Castel Sant’Angelo è raggiungibile dal nostro boutique hotel con una camminata di circa 50 minuti. Il percorso attraversa Via Panisperna che, con i suoi caratteristici saliscendi, le piante rampicanti che incorniciano i palazzi storici, i sampietrini e quell’atmosfera d’altri tempi, rappresenta l’essenza più autentica del Rione Monti ed è unanimemente considerata una delle vie più belle di Roma.

Arrivati a Largo Magnanapoli – dominato dall’imponente Torre delle Milizie che si innalza sopra la facciata barocca di Santa Caterina a Magnanapoli – e costeggiando il complesso dei Mercati di Traiano sulla sinistra, si incontra la scalinata di via delle Tre Cannelle che conduce rapidamente verso Piazza Venezia.

Da lì, attraversando la piazza, ci si porta sotto la maestosa mole di marmo bianco del Vittoriano, fino a giungere ai piedi della celebre Cordonata di Michelangelo. Voltate a destra addentrandovi in uno dei più suggestivi rioni, “Campitelli”, e proseguite lungo via di Tor Margana e l’omonima piazza. Imboccate poi via dei Funari per ammirare la facciata di Santa Caterina dei Funari, un vero scrigno tardo-rinascimentale consacrato nel 1564. Il suo nome rievoca i vecchi fabbricanti di funi. La chiesa colpisce per la sua elegante facciata in travertino a due ordini sovrapposti, decorata da paraste e da singolari capitelli modificati, che anticipa un interno ricchissimo di affreschi del Muziano e di Annibale Carracci.

Proseguendo, entrate nell’incantevole Piazza Mattei, il cuore aristocratico del Rione Sant’Angelo, dominata dai complessi monumentali delle potenti famiglie dei Mattei e dei Costaguti. Al centro della piazza lasciatevi incantare dalla celebre Fontana delle Tartarughe, un Al centro della piazza lasciatevi incantare dalla celebre Fontana delle Tartarughe, un capolavoro manierista realizzato tra il 1581 e il 1588 su progetto di Giacomo della Porta e scolpito da Taddeo Landini. Questo gioiello in marmi policromi e bronzo mette in scena quattro delicati efebi che cavalcano altrettanti delfini; con le mani sollevate, i fanciulli spingono delle piccole tartarughe ad abbeverarsi nella vasca superiore. Fu proprio la famiglia Costaguti, il cui palazzo affaccia direttamente sulla piazza, a finanziare e curare importanti interventi di manutenzione e restauro della fontana nei decenni successivi, preservando lo splendore delle sculture prima che Gian Lorenzo Bernini, nel 1658, vi aggiungesse le iconiche tartarughe bronzee.

Dirigetevi ora verso Piazza Benedetto Cairoli. Passando sulla destra, incontrerete la monumentale facciata in travertino di San Carlo ai Catenari, splendido e imponente esempio del primo Barocco romano eretto a partire dal 1612. Il curioso appellativo “ai Catenari” ricorda i vecchi artigiani costruttori di catini e bacinelle che avevano bottega proprio in queste vie. L’edificio si distingue per la sua grandiosa cupola progettata da Rosato Rosati — la quarta di Roma per grandezza — e custodisce al suo interno una pianta a croce greca allungata, magnificamente affrescata dal Domenichino, dal Lanfranco e da Pietro da Cortona.

Attraversate via dei Giubbonari, lasciandovi sulla destra la deliziosa chiesetta di Santa Barbara dei Librai. Arrivati a Campo de’ Fiori, girate a destra per raggiungere piazza Farnese, dominata dalla mole di Palazzo Farnese. Questo straordinario edificio rappresenta uno dei vertici assoluti dell’architettura rinascimentale a Roma: iniziato nel 1514 da Antonio da Sangallo il Giovane per volere del cardinale Alessandro Farnese (futuro papa Paolo III), vide poi i contributi geniali di Michelangelo Buonarroti — che progettò l’imponente cornicione superiore e il balcone centrale — e del Vignola, per essere infine completato da Giacomo della Porta. Per le sue proporzioni perfette, la facciata severa e la forma cubica e compatta priva di ali, i romani lo hanno battezzato affettuosamente con il soprannome di “Il Dado.

Dal lato sinistro di Palazzo Farnese, svoltate ed entrate nell’elegante rettilineo rinascimentale di via Giulia proprio in corrispondenza della Chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte. Questa chiesa, ricostruita a metà del Settecento da Ferdinando Fuga, era la sede della confraternita che si occupava di dare degna sepoltura ai cadaveri trovati abbandonati nella campagna romana o nel Tevere; la sua facciata barocca e gli interni sono decorati da inquietanti simbologie legate alla morte, come clessidre alate e scheletri. Sopra la via noterete anche il suggestivo Arco Farnese, un cavalcavia progettato da Michelangelo che avrebbe dovuto collegare Palazzo Farnese con una villa sull’altra sponda del Tevere, ma rimasto incompiuto.

Percorrete tutta via Giulia, una delle strade più celebri e innovative di Roma, progettata all’inizio del Cinquecento da Donato Bramante su ordine di papa Giulio II per creare un nuovo asse monumentale e rettilineo che collegasse i centri del potere con il Vaticano. Camminando sui suoi sampietrini, respirerete un’atmosfera unica, fiancheggiando palazzi nobiliari, cortili rinascimentali e antiche chiese, isolati dal caos cittadino.

Percorrete tutta via Giulia, una delle strade più celebri e innovative di Roma, progettata all’inizio del Cinquecento da Donato Bramante su ordine di papa Giulio II per creare un nuovo asse monumentale e rettilineo che collegasse i centri del potere con il Vaticano. Camminando sui suoi sampietrini, respirerete un’atmosfera unica, fiancheggiando palazzi nobiliari, cortili rinascimentali e antiche chiese, isolati dal caos cittadino.

Al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia: La tomba François e la mostra “Il Ritorno degli Eroi”.

Dal 1° luglio 2026 gli affreschi della tomba François sono aperti al pubblico. Fino al 31 dicembre 2026, il percorso espositivo permanente dialoga con la mostra Il ritorno degli eroi, che ricostruisce il contesto originario del monumento attraverso reperti provenienti da musei internazionali come il Musée du Louvre, il British Museum, i Royal Museums of Art and History di Bruxelles, il Musée cantonal d’archéologie et d’histoire di Losanna, i Musei Vaticani e l’Istituto Archeologico Germanico di Roma.

La mostra si arricchisce così con la presenza di reperti archeologici rinvenuti nella tomba. Tra gli oggetti concessi dal Musée du Louvre figurano gli orecchini appartenuti alle donne della famiglia Saties, elaborate collane in lamina d’oro, un anello d’oro raffigurante Cassandra e due scarabei. Una collezione di preziosi orecchini con granati e animali in pasta vitrea, vasi, tra cui un askos a forma di leone, e una bellissima collana con terminali a farfalla provengono dal British Museum di Londra.

Il Museo Etrusco di Villa Giulia restituisce così al pubblico un percorso unitario dedicato a uno dei principali complessi figurativi dell’Etruria antica, mettendo in dialogo pittura, reperti archeologici e testimonianze materiali della famiglia Saties. Attraverso la nuova presentazione degli affreschi e dei reperti associati, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia valorizza un patrimonio che racconta il rapporto tra mito e memoria nel mondo etrusco e lo consegna definitivamente alla collettività.

Scoperta il 1° maggio 1857 dall’archeologo Alessandro François nei terreni del principe Alessandro Torlonia, nella necropoli di Ponte Rotto a Vulci, la tomba è scavata nel tufo e decorata da trentasette pannelli dipintie da due cippi litici rinvenuti nel corridoio di accesso. Realizzata tra il 340 e il 320 a.C., rappresenta una delle più alte testimonianze della pittura etrusca e, più in generale, della pittura antica giunta fino a noi.

Nel 1863 su indicazione dei Principi Torlonia le pitture vengono staccate da Pellegrino Succi e il corredo funerario si disperde attraverso vendite e collezioni, raggiungendo diversi musei europei. Il ciclo era conservato a Roma nella Collezione Torlonia a Villa Albani. Per oltre un secolo e mezzo lo Stato italiano tenta di acquisire il complesso pittorico. La sua acquisizione ora conclude questa lunga vicenda iniziata nel 1914 e apre una nuova stagione di studi e di fruizione pubblica.

Il Ciclo pittorico: Eroi e Miti della Tomba François

Gli affreschi, disposti su uno strato di cocciopesto, erano interrotti soltanto dalle cornici delle porte.

L’identificazione dei personaggi raffigurati, è facilitata dalla presenza del nome riportato in etrusco, accanto ad ogni  figura.

Il fregio figurato alto 130-150 cm,  muove dalla porta nella parete di fondo del tablino, a sinistra della quale, è il sacrificio dei prigionieri troiani compiuto da Achille in onore di Patroclo.

Apre il corteo truials, (prigioniero troiano)  nudo e con le mani legate dietro la schiena, i tendini delle gambe recisi per evitare che potesse scappare, trattenuto con una corda che gli passava intorno al collo, era trascinato per i capelli al sacrificio  da Aivas Vilatas (Aiace d’Oileo). Segue un altro truials,  condotto all’immolazione dall’energico Aivas Tlamunus (Aiace Telamonio).

La scena più importante è a sua volta definita dalle figure di Karu (Caronte), con incarnato verde-bluastro, caratteristico colore della putrefazione, e di Vanth   due demoni infernali etruschi, che osservano Acle (Achille) mentre sgozza un terzo truials. Dietro a Vanth compare hinthial Patrucles (l’ombra di Patroclo) che attende la fine del sacrificio per poter varcare la soglia del mondo dell’Ade; da ultima è la possente figura di Acmenrun   (Agamennone)  re dei Greci che combatterono sotto Troia. Sulla parete opposta si sviluppa invece una scena ove è rappresentata una impresa vittoriosa compiuta da un manipolo di eroi etruschi guidati da Avle Vipinas (Aule Vibenna). L’episodio si apre L’episodio si apre con la figura nuda di Caile Vipinas (Celio Vibenna) che sta allungando le braccia verso Macstrna (Mastarna)  per farsi sciogliere i polsi legati. Questo, a sua volta nudo, con una delle due spade che porta a tracolla, sta tagliando i lacci che tengono serrati i polsi del compagno. Dietro a Macstrna c’è Larth Ulthes, vestito con una corta tunica colto, mentre afferrati i capelli di Laris Papathnas Velznac, lo sta trafiggendo con la spada. Intanto, Pesna Arcmsnas Sveamac,  viene sgozzato da  Rasce, mentre  il capo della spedizione Avle Vipinas (Aule Vibenna) sta recidendo con la spada la carotide del biondo Venthical.

La scena prosegue nella parete destra dell’atrio con Marce Camitlnas che, afferrati i capelli di Cneve Tarcunies Rumac, sta estraendo la spada. Questo a sua volta, con il braccio destro sollevato, afferra il fodero della spada di Marce Camitlnas cercando di bloccarne l’azione.

Sul lato opposto sono raffigurati i due fratelli Pulunice (Polinice) ed Evthucle (Eteocle) che si stanno uccidendo a vicenda.

Sulla parete sinistra sono in successione Nestur (Nestore)  re di Pilo e consigliere dei Greci che assediavano Troia e Fuinis (Fenice) l’educatore di Ercole ed Achille.

Il lato sinistro dell’ingresso era occupato dalla figura dell’aggressivo Aivas (Aiace d’Oileo) e della sacerdotessa Casntra (Cassandra) che cerca di sfuggirgli aggrappandosi  ad una statua di Afrodite.

Sul lato destro compare Amjare (Anfiarao) che osserva Sisje (Sisifo) controllato a sua volta da una divinità alata.

Seguono, sul resto della parete, le figure di alcuni componenti la famiglia Saties; da un frammento si potrebbe ipotizzare che nel primo quadro fosse Vel Saties con in mano un ramo di melograno a cui segue,  nello specchio della porta,  l’immagine incorporea di un antenato di Vel Saties, la cui figura, questa volta completa, ritornava nel successivo quadro.

In questo caso il personaggio è rappresentato riccamente vestito, coronato d’alloro mentre, con il volto girato verso l’alto, sta per trarre auspici dal volo di un picchio, trattenuto con una cordicella da Arnza, giovane servo con i  capelli rossi,  accovacciato.

Nell’atrio il ciclo pittorico era limitato in alto da un vivace fregio animalistico, interrotto a sua volta da due teste femminili poste al centro della parete destra e della parete sinistra, dove compaiono fra l’altro, gazzelle, cavalli, colombe,  leoni, grifi, pantere, cerbero, iene, lupi, serpenti ecc.; in particolare, alla presenza di animali da preda forse va data una valenza apotropaica contro  i demoni malvagi oppure la stessa andrebbe riferita  ad una possibile “irrequietezza” delle anime dei defunti stessi, mentre la figura del serpente ha carattere puramente ctonio e si riferisce agli Inferi.

Va peraltro il fatto che tutte le immagini erano rese con una raffinata prospettiva assonometrica per cui,   attraverso un efficace effetto di chiaroscuro, ottenuto con pennellate di colore più chiaro, si riuscì a creare l’illusione che, nella parte mediana del tablino e dell’atrio, ci fossero fonti di luce  provenienti dal basso, dall’alto e da un lato.

Nemmeno la stanza di fondo venne privata dei dipinti che, tuttavia, sono estremamente semplici; su uno zoccolo è una fascia di color giallo ocra su cui poggia  una doppia fila di finti blocchi rettangolari che costituisce uno dei primi esempi del c.d. “I° stile pompeiano”.

L’aspetto più propriamente etrusco dell’intero ciclo è indubbiamente costituito dalle scene di lotta fra eroi etruschi forse da collocare nel quadro delle lotte per il dominio di Roma.

Alla liberazione di Celio Vibenna da parte di Mastarna (Servio Tullio), seguono scene di combattimento nelle quali personaggi presumibilmente originari di Vulci, uccidono con un attacco di sorpresa forse compiuto di notte, altri personaggi etruschi, originari di Volsinii, Sovana (?), di una non meglio precisata località forse veneta e di Roma, che forse stavano dormendo.

E se fosse Roma il teatro di questa azione, ci troveremmo di fronte alla raffigurazione delle lotte che ebbero luogo, verso la metà del VI secolo a.C., fra il futuro Servio Tullio, sostenuto dai fratelli Vibenna ed i Tarquini che occupavano il trono, a loro volta alleati ad altre città etrusche, per la supremazia sulla città.

Le visite alla tomba François e alla mostra sono comprese nel biglietto d’ingresso al museo.
Gli ingressi sono contingentati e la prenotazione obbligatoria.
Biglietti su app Museitaliani e sul sito di Coopculture
Per riservare l’ingresso di gruppi e scuole è attivo il call center Coopculture al 0639967373 (dal lunedì al sabato dalle 9:00 alle 14:00)
La tomba non è visitabile nei giorni ad ingresso gratuito (prime domeniche del mese, 25 aprile, 2 giugno e 4 novembre)

ETRU Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Oggi tra i più rappresentativi musei dell’arte etrusca e falisca, ETRU ha sede in due splendide ville rinascimentali: Villa Giulia, museo dal 1889, e Villa Poniatowski. Il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia ospita reperti provenienti in particolare dall’Etruria meridionale, ossia dal territorio corrispondente all’Alto Lazio, tra il Tevere e il Mare Tirreno, luogo estremamente ricco di testimonianze di varie epoche e di varie civiltà (etrusca, greca, fenicia, falisca), essendo un punto di incontro naturale, crocevia di traffico lungo le principali rotte di comunicazione del Mediterraneo centrale.

I reperti sono esposti secondo un criterio topografico a cominciare dai contesti di Vulci, Bisenzio, Veio e Cerveteri. Tra le opere più note si segnalano i bronzi da Vulci, la decorazione in terracotta dal Santuario di Portonaccio a Veio, tra cui il famoso Apollo (VI sec. a.C.), il Sarcofago degli Sposi da Cerveteri. Inoltre, si evidenziano in particolare modo le lamine d’oro di Pyrgi (Santa Severa), con iscrizioni in etrusco e fenicio (risalenti alla fine del VI sec. a.C.) e l’altorilievo del frontone fittile, sempre da Pyrgi, col mito dei “Sette contro Tebe”, (prima metà del V sec. a.C.).

Le collezioni private sono invece organizzate secondo un criterio tipologico. Di notevole rilevanza tra queste ultime si segnalano la collezione Barberini, la collezione Pesciotti e la collezione Castellani, che comprende alcuni gioielli estremamente significativi per lo studio dell’oreficeria etrusca.

Di grande interesse la sezione falisco-capenate, che ospita materiali provenienti dai centri della media valle del Tevere quali Corchiano, Vignanello, Nepi, Narce e in particolare Falerii Veteres (Civita Castellana) con le sculture in terracotta, tra le quali lo straordinario Apollo dello Scasato, provenienti dalle decorazioni dei santuari della zona.

Il Museo propone numerosi itinerari di visita che rendono possibile ammirare anche gli ambienti sotterranei della Villa come il ninfeo, i resti dell’acquedotto Vergine (età augustea) e la “neviera” di papa Giulio III.

Inoltre, tra il 1889 e il 1890, nei giardini di Villa Giulia, è stata realizzata la riproduzione a grandezza naturale del Tempio di Alatri, un tempio etrusco-italico databile tra il III e il II secolo a.C..

Villa Giulia, edificata da Papa Giulio III, Giovanni Maria Ciocchi del Monte, tra il 1550 e il 1555, è articolata su due cortili separati da un ninfeo, alla cui realizzazione parteciparono grandi artisti come Giorgio Vasari, Jacopo Barozzi da Vignola, Bartolomeo Ammannati e Michelangelo Buonarroti.  Parte dell’apparato decorativo è opera di Taddeo Zuccari e Prospero Fontana.

L’emiciclo è decorato con delicati interventi pittorici ispirati alle grottesche della Domus Aurea. Le sale accolgono uno straordinario ciclo di affreschi con le raffigurazioni dei Sette Colli di Roma.

NUOVI ALLESTIMENTI IMMERSIVI AL
MUSEO NAZIONALE ETRUSCO DI VILLA GIULIA

Riapertura al pubblico delle sale 6 e 8 e (tombe di Cerveteri e Tarquinia)

Dal 27 e 28 settembre 2025, sono tornate ad essere visitabili in una veste totalmente rinnovata le sale 6 e 8 al piano inferiore del Museo che ospitano la riproduzione della tomba Maroi di Cerveteri e la ricostruzione della celebre Tomba del Letto Funebre di Tarquinia. 

Il nuovo allestimento dell’ipogeo, accompagna il visitatore in una discesa fisica e simbolica nel mondo dei morti etrusco. L’esperienza inizia con la discesa in un «ambiente in penombra, straniante e carico di simbolismo, che segna la soglia tra superficie e sottosuolo, tra il noto e l’ignoto». Questo passaggio diventa un portale percettivo: lo spazio si trasforma in un ambiente altro, predisponendo il visitatore all’ascolto, alla scoperta e alla comprensione.

Nel Tumulo Maroi, all’interno della ricostruzione di una tomba etrusca, un video restituisce vita e significato agli oggetti del corredo funerario: ogni elemento (l’unguentario, il braciere, le coppe) si anima e racconta la propria funzione originaria, illuminato da una luce tremolante che ricrea l’intimità della sepoltura, tra mistero e poesia visiva. Il corridoio di connessione narra invece il contesto geografico e archeologico delle necropoli di Cerveteri e Tarquinia, attraverso mappe animate, paesaggi digitali e modelli tattili in 3D. La Tomba del Letto Funebre conclude l’esperienza: gli affreschi originali, in parte danneggiati, sono stati reillustrati e completati da animazioni che riportano in vita le scene del funerale etrusco, come danze, musiche, lotte rituali e figure simboliche come i delfini, accompagnatori dell’anima nell’aldilà. 

INFO: MARTEDÌ – DOMENICA 08.30 – 19.30 (CHIUSURA SALE ORE 19.00)

(ultimo ingresso ore 18.30)
Chiuso: LUN, 25/12 e 1/01

VILLA GIULIA

Piazzale di Villa Giulia, 9
00196 Roma, Italia

Come raggiungere il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia dal nostro Hotel

Da via di Santa Prassede potete raggiungere la sede del museo scegliendo tra due itinerari: una comoda combinazione di mezzi pubblici o una delle passeggiate storiche e panoramiche più affascinanti di Roma.

Opzione 1: In metro e tram (Percorso veloce)

Se preferite muovervi comodamente con i trasporti pubblici, vi basterà raggiungere la fermata della metropolitana più vicina seguendo un itinerario anch’esso affascinante: Raggiungere la Metro A: Uscendo dal nostro hotel in via di Santa Prassede, camminate per pochi minuti percorrendo in salita via di San Martino ai Monti. Attraversando via Merulana vi troverete nella suggestiva via di San Vito, dominata dallo sfondo dell’Arco di Gallieno e dall’austera chiesa medievale di San Vito. Riprendendo il cammino, passate sotto l’Arco di Gallieno, imboccando via Carlo Alberto, dove potrete scorgere i blocchi di tufo delle Mura Serviane di epoca repubblicana. Ciò che potete scorgere oggi sulla linea immaginaria dell’attuale livello stradale è solo la sommità delle mura e del fornice dell’arco mentre, visualizzando un disegno immaginario, il resto giace sepolto sotto ai nostri piedi. Volgetevi a destra ed entrate in Piazza Vittorio Emanuele II. Questa è l’unica piazza interamente porticata di Roma, un tempo fulcro del neonato quartiere dell’Esquilino nella cosiddetta “Roma dei piemontesi”. Entrate nella stazione della Metro A e salite sul treno della linea rossa in direzione Battistini, per poi scendere alla fermata Flaminio. Una volta usciti su Piazzale Flaminio, prendete il tram della linea 2 e scendete alla fermata di Piazzale delle Belle Arti. Da lì, con una breve e piacevole camminata, raggiungerete direttamente il monumentale ingresso di Villa Giulia.

Una sosta per la colazione a Via dello Statuto

Se prima di prendere la metro desiderate fare una tipica colazione romana, svoltando su Via dello Statuto troverete due storici punti di riferimento del quartiere che si contendono da decenni il primato. C’è chi giura che il miglior maritozzo classico con la panna si mangi da Regoli (fondato nel 1916), e chi invece preferisce la versione della Pasticceria D’Amore, celebre anche per i suoi maritozzi farciti con le fragoline di bosco. Vi lasciamo il piacere di scegliere!

Un viaggio nel tempo sotto la Chiesa di San Vito

Sempre lungo il tragitto verso la metropolitana, proprio accanto all’Arco di Gallieno, merita assolutamente una sosta l’area degli scavi archeologici custodita sotto la chiesa di San Vito. L’accesso a questo sito è completamente gratuito e permette di comprendere l’incredibile fascino della stratificazione temporale di Roma. Immaginando un disegno ideale, la strada che calpestiamo oggi si trova sopra una linea ideale: ciò che vediamo in superficie, come i blocchi di tufo delle Mura Serviane del quarto secolo avanti Cristo o lo stesso Arco di Gallieno, rappresenta soltanto la parte sommitale delle antiche strutture. Tutto il resto è sprofondato nel sottosuolo a causa del progressivo innalzamento del terreno nei secoli. Scendendo lungo la passerella degli scavi si passa sotto questa linea del tempo, potendo così osservare da vicino la parte interrata della monumentale Porta Esquilina, un tratto originale di basolato romano su cui passavano i carri, i resti di antiche sepolture cristiane e le condotte dell’Anio Vetus, uno dei più antichi acquedotti di Roma che terminava qui la sua corsa sotterranea dopo essere entrato in città da Porta Maggiore.

Opzione 2: Una passeggiata panoramica (Attraverso Villa Borghese)

Se invece desiderate abbinare la visita a una passeggiata indimenticabile, potete percorrere l’intero tragitto a piedi seguendo l’antica Via Sistina da Santa Maria Maggiore, un rettilineo storico progettato da Papa Sisto V. Oggi questa direttrice è divisa in strade con nomi diversi, ma vi permette di fare una delle più belle e classiche passeggiate romane. Dal portone del nostro hotel in via di Santa Prassede costeggiate la Basilica di Santa Maria Maggiore e attraversate via Cavour al semaforo. Voltatevi a destra e prendete a sinistra Piazza dell’Esquilino: da qui, proseguendo sempre dritti, attraverserete il colle Viminale per poi raggiungere il Quirinale percorrendo via delle Quattro Fontane. Da questo punto si gode di una vista suggestiva, con l’obelisco di Santa Maria Maggiore alle vostre spalle e la Chiesa di Trinità dei Monti che si intravede già sulla sommità della scalinata di Piazza di Spagna. Attraversate poi Piazza Barberini, dove potrete ammirare la Fontana del Tritone del Bernini, e percorrete in salita via Sistina. Vi aspetta una delle vedute panoramiche più belle della città camminando da Trinità dei Monti e passando accanto a Villa Medici, fino a raggiungere la splendida Terrazza del Pincio, da cui scorgere i tetti di Roma, le sue storiche cupole e il maestoso sfondo del Cupolone di San Pietro michelangiolesco. A questo punto attraversate i giardini del Pincio, viale Victor Hugo e il cuore di Villa Borghese, costeggiando i monumenti dedicati ai grandi scrittori. Infine scendete il suggestivo scalone che porta a viale delle Belle Arti, proprio di fronte alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna. Girando a sinistra e costeggiando le eleganti sedi degli istituti culturali stranieri, troverete lo storico ingresso di Villa Giulia.

Moda in luce 1955-1975. Roma fra glamour e innovazione industriale

26/06 – 15/11/2026

Musei Capitolini Centrale Montemartini

Viaggio dentro un mito: quando Roma divenne capitale mondiale della moda. In 150 fotografie, filmati e abiti originali, un’esplosione di creatività che ancora oggi influenza il pianeta.

La mostra fotografica, multimediale e di capolavori sartoriali Moda in Luce 1955-1975 – Roma fra glamour e innovazione industriale rappresenta il “secondo capitolo” dell’esposizione Moda in Luce 1925–1955. Alle origini del Made in Italy. La mostra romana, interamente nuova per opere, allestimento e temi, prosegue il racconto di un mito, nel passaggio alla sua consacrazione ed esplosione.

IL CONTESTO

All’inizio degli anni Cinquanta l’Italia sta cambiando, si modernizza. La fase del boom ha inizio. Si corre su nuove infrastrutture, autostrade, mezzi. Nascono professioni nuove, e nuovi abiti sociali. Due campi in particolare segnano visibilmente questo sisma storico: la moda e il cinema. Roma ne è il grande vivace contenitore e contenuto.

A Roma si trova Cinecittà, la città del cinema che, dopo l’epocale rivoluzione del Neorealismo italiano, si sta trasformando nella “Hollywood sul Tevere”: la città dove le major statunitensi e lo star system trovano la sede distaccata del sogno americano. Il risultato è prorompente: quella italiana diventerà la cinematografia con il maggior numero di premi Oscar vinti, dopo gli Stati Uniti.

Nella moda avviene qualcosa di analogo. Un mondo di sartorie, di piccole botteghe, di atelier, che ha studiato alla scuola di Parigi e sui tavoli di ricamo e libri d’arte italiana, si trova proiettato sulla vetta di passerelle, riviste e clienti del mondo, in America, Europa, Russia, Giappone. L’haute couture dagli anni Cinquanta, e fino a noi, deve conoscere tra le sue lingue quella del Made in Italy.

Da Roma, l’Italia riesce in due miracoli inattesi: dimostra che a Cinecittà si possono fare film come in America e che l’haute couture può sfilare per via Veneto. È un viaggio lungo, che l’esposizione alla Centrale Montemartini mostra al vivo. 

LA MOSTRA

Protagonista di Moda in Luce 1955-1975 – Roma fra glamour e innovazione industriale è il patrimonio di memoria, fotografie, filmati dell’Archivio storico Luce. Fondamento della conoscenza del XX secolo italiano ed europeo, bene tutelato dell’Unesco, l’Archivio Luce rappresenta una ricchissima fonte di testimonianze sulla moda e lo spettacolo. Il Luce immortala la moda nel momento in cui Roma ne diventa riferimento, tra gli anni Cinquanta e la metà dei Settanta. Una stagione straordinaria in cui la sinergia tra moda, cinema, industria e creatività ha permesso all’Italia di esercitare un profondo influsso culturale a livello internazionale, ridefinendo i canoni del gusto e dello stile.

Il percorso espositivo immerge i visitatori dentro 150 fotografie d’epoca, per la gran parte del Luce, cinque postazioni video con filmati spesso rari e fino a oggi non disponibili al pubblico, oggetti, documenti, tessuti e 27 abiti originali, e nella maggior parte inediti, creati da nomi leggendari come Valentino Garavani, Karl Lagerfeld per Fendi, Federico Forquet, Sorelle Fontana, Giovanna Caracciolo-Carosa, Simonetta Visconti, Irene Galitzine, Fernanda Gattinoni e ancora Roberto Capucci, Maria Antonelli, Patrick de Barentzen, Renato Balestra, André Laug, Emilio Federico Schuberth, Gabriellasport, Antonio De Luca, Angelo Litrico, Domenico e Agostino Caraceni, Pino Lancetti, Laura Biagiotti.

Opere d’arte di grande valore storico ed estetico, provenienti dagli archivi delle maison, incluse Mantero Seta, Taroni e il gruppo Ermenegildo Zegna, sartorie cinematografiche storiche come Farani, musei quali il Boncompagni Ludovisi, da cui proviene anche un sontuoso completo da sera appartenuto a Franca Bettoja, che dialoga con capi coevi indossati da nomi quali Silvana Mangano, e ancora il CIAC-Centro internazionale Arti e Costume di Venezia. Rilevante il prestito della più importante collezione privata italiana, di proprietà di un protagonista del cinema italiano, Massimo Cantini Parrini, costumista di fama internazionale, più volte candidato al premio Oscar e vincitore di innumerevoli premi, che mostra l’estensione di un talento costruito sulla conoscenza profonda della storia dell’arte e del costume.

Organizzato nello stile e nei colori come un’elegante sartoria romana degli anni Cinquanta e Sessanta, il progetto dell’architetto Dario Dalla Lana si conclude in una sala-biblioteca che presenta una selezione di preziosi campionari tessili di proprietà degli archivi di Mantero Seta, Taroni e il gruppo Ermenegildo Zegna, oltre a volumi e riviste rare, di proprietà della curatrice, studiosa del costume e dell’editoria di moda dai suoi albori. Impreziosiscono il percorso inviti, memorabilia e un album amicorum, appartenuto ad Angelo Litrico, che include disegni e dediche dei più importanti sarti e artisti dell’epoca, da Emilio Pucci a Valentino e Novella Parigini.

Un viaggio multimediale e fisico nell’immaginario, tra storia, stile, costume, società e sogno, una macchina del tempo che ci trasporta nel mito: quando Roma e l’Italia hanno spiegato al mondo come vestire, e come vivere.

Le immagini raccontano sfilate, atelier, reportages, interviste, jet-set, lavoro e glamour, artigianato e arte. A fianco, il cinema che fa di Roma un tempio, e fornisce alla moda sogno e corpi. Quelli di: Sophia Loren, Audrey Hepburn, Liz Taylor, Lucia Bosè, Kirk Douglas, Charlton Heston, Sean Connery, Elsa Martinelli, Anita Ekberg, Anna Magnani, Ingrid Bergman, Gabriele Ferzetti, Rod Steiger.

Il percorso espositivo immerge i visitatori dentro 150 fotografie d’epoca, per la gran parte del Luce, cinque postazioni video con filmati spesso rari e fino a oggi non disponibili al pubblico, oggetti, documenti, tessuti e 27 abiti originali, e nella maggior parte inediti, creati da nomi leggendari come Valentino Garavani, Karl Lagerfeld per Fendi, Federico Forquet, Sorelle Fontana, Giovanna Caracciolo-Carosa, Simonetta Visconti, Irene Galitzine, Fernanda Gattinoni e ancora Roberto Capucci, Maria Antonelli, Patrick de Barentzen, Renato Balestra, André Laug, Emilio Federico Schuberth, Gabriellasport, Antonio De Luca, Angelo Litrico, Domenico e Agostino Caraceni, Pino Lancetti, Laura Biagiotti.

Opere d’arte di grande valore storico ed estetico, provenienti dagli archivi delle maison, incluse Mantero Seta, Taroni e il gruppo Ermenegildo Zegna, sartorie cinematografiche storiche come Farani, musei quali il Boncompagni Ludovisi, da cui proviene anche un sontuoso completo da sera appartenuto a Franca Bettoja, che dialoga con capi coevi indossati da nomi quali Silvana Mangano, e ancora il CIAC-Centro internazionale Arti e Costume di Venezia. Rilevante il prestito della più importante collezione privata italiana, di proprietà di un protagonista del cinema italiano, Massimo Cantini Parrini, costumista di fama internazionale, più volte candidato al premio Oscar e vincitore di innumerevoli premi, che mostra l’estensione di un talento costruito sulla conoscenza profonda della storia dell’arte e del costume.

Organizzato nello stile e nei colori come un’elegante sartoria romana degli anni Cinquanta e Sessanta, il progetto dell’architetto Dario Dalla Lana si conclude in una sala-biblioteca che presenta una selezione di preziosi campionari tessili di proprietà degli archivi di Mantero Seta, Taroni e il gruppo Ermenegildo Zegna, oltre a volumi e riviste rare, di proprietà della curatrice, studiosa del costume e dell’editoria di moda dai suoi albori. Impreziosiscono il percorso inviti, memorabilia e un album amicorum, appartenuto ad Angelo Litrico, che include disegni e dediche dei più importanti sarti e artisti dell’epoca, da Emilio Pucci a Valentino e Novella Parigini.

Un viaggio multimediale e fisico nell’immaginario, tra storia, stile, costume, società e sogno, una macchina del tempo che ci trasporta nel mito: quando Roma e l’Italia hanno spiegato al mondo come vestire, e come vivere.

Le immagini raccontano sfilate, atelier, reportages, interviste, jet-set, lavoro e glamour, artigianato e arte. A fianco, il cinema che fa di Roma un tempio, e fornisce alla moda sogno e corpi. Quelli di: Sophia Loren, Audrey Hepburn, Liz Taylor, Lucia Bosè, Kirk Douglas, Charlton Heston, Sean Connery, Elsa Martinelli, Anita Ekberg, Anna Magnani, Ingrid Bergman, Gabriele Ferzetti, Rod Steiger.

Come raggiungere i luoghi della mostra

I Musei Capitolini sono raggiungibili dal nostro boutique hotel con una comoda camminata di soli 15 minuti. Il percorso attraversa Via Panisperna che, con i suoi caratteristici saliscendi, le piante rampicanti che incorniciano i palazzi storici, i sampietrini e quell’atmosfera d’altri tempi, rappresenta l’essenza più autentica del Rione Monti ed è unanimemente considerata una delle vie più belle di Roma.

Arrivati a Largo Magnanapoli – dominato dall’imponente Torre delle Milizie che si innalza sopra la facciata barocca di Santa Caterina a Magnanapoli – e costeggiando il complesso dei Mercati di Traiano sulla sinistra, si incontra la scalinata di Via delle Tre Cannelle che conduce rapidamente verso Piazza Venezia.

Da lì, attraversando la piazza, ci si porta sotto la maestosa mole di marmo bianco del Vittoriano, fino a giungere ai piedi della celebre Cordonata di Michelangelo, la monumentale scalinata che conduce direttamente all’ingresso dei Musei Capitolini in Piazza del Campidoglio.

Anche la Centrale Montemartini è comodamente raggiungibile dal nostro boutique hotel grazie alla linea B della metropolitana. Per raggiungere la stazione, si scende dal punto più alto dell’Esquilino attraversando Via di Santa Prassede e Via San Martino ai Monti. Da Piazza San Martino ai Monti, dominata dalla maestosa Torre dei Capocci, la passeggiata prosegue in discesa lungo Via Giovanni Lanza fino a raggiungere la fermata Metro B “Cavour”.

Da qui, potete prendere un qualsiasi treno in direzione Laurentina (sono valide sia la linea B che la B1) e scendere alla fermata “Garbatella”. Una volta usciti dalla stazione, basta attraversare lo slanciato ponte pedonale che sovrasta l’area degli ex Mercati Generali per trovarsi direttamente su Via Ostiense. Pochi passi a piedi vi condurranno al civico 101, dove sorge l’affascinante complesso archeologico-industriale dell’ex Centrale Montemartini.

Informazioni

Luogo

Musei Capitolini Centrale Montemartini

Orario

Dal 26 giugno al 15 novembre 2026
dal martedì alla domenica 9.00-19.00
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Giorni di chiusura: lunedì

Musei Capitolini, Piazza del Campidoglio 1 – 00186 Roma – Tel. 060608 – Email: info.museicapitolini@comune.roma.it.

Centrale Montemartini, via Ostiense 106 – 00154 Roma – Tel. 060608 – Email: info.centralemontemartini@comune.roma.it

Gioielli nascosti di Roma: il Bagno di Diana

Realizzato tra il 1838 e il 1840, il Bagno Di Diana fu commissionato dal principe Filippo Andrea V Doria Pamphilj come dono intimo per la moglie Mary Talbot nello storico Palazzo Doria Pamphilj in via Del Corso 305. Il “bagno segreto” si trova all’interno degli Appartamenti Segreti. L’intero appartamento, così come si presenta oggi nella sua pianta e nella sua decorazione fissa, nasce nel 1840. L’impianto decorativo che unifica le sale sotto il tema dei quattro elementi è un capolavoro ottocentesco firmato da Annibale Angelini, celebre pittore, architetto e scenografo teatrale dell’epoca, che concepì l’intero percorso come una macchina scenica ottocentesca legata alla complessa allegoria cosmologica dei quattro elementi naturali. Angelini utilizzò stili diversi per ogni stanza. Passò dal neoclassicismo rigoroso della Sala degli Amorini (Terra), caratterizzata da geometrie e tondi con le fasi del giorno, fino al recupero dello stile pompeiano e delle grottesche nel Bagno di Diana (Acqua). L’opera d’arte totale è una creazione ottocentesca romantica, eclettica e tecnologica, nata per celebrare un amore e per ridefinire il concetto di comfort privato della nobiltà romana del XIX secolo.

L’esperienza visiva e narrativa ideata da Angelini comincia nel Salotto del Fuoco, dove l’impianto ottocentesco si esprime attraverso la centralità del grande camino e una studiata architettura d’interni pensata per la convivialità aristocratica dell’epoca. Angelini progettò le pareti inserendo cornici e modanature neoclassiche con l’intento preciso di incastonarvi una serie di dipinti barocchi della collezione di famiglia, trasformando il collezionismo d’antiquariato in un elemento d’arredo perfettamente integrato nella struttura d’inizio Ottocento.

Subito dopo si entra nella Sala dei Bambini, lo spazio dedicato all’Aria. In questo ambiente Angelini mette in mostra tutta la sua sensibilità di scenografo, alleggerendo le linee e i colori per evocare la sospensione aerea del mondo dell’infanzia e della musica. Le decorazioni fisse del soffitto creano un’atmosfera rarefatta e fiabesca, concepita espressamente nel 1840 per accogliere la culla d’epoca e i momenti più intimi della vita familiare della coppia, unendo l’astrologia alla delicatezza dei motivi musicali ottocenteschi. Il percorso si sviluppa poi verso la camera da letto padronale, nota come Sala degli Amorini e consacrata all’elemento della Terra. Qui il trionfo dello stile ottocentesco è assoluto e si manifesta nel magnifico soffitto affrescato, dove Angelini inserisce quattro tondi angolari che scandiscono le fasi del giorno, ovvero l’Alba, il Mezzogiorno, il Tramonto e la Mezzanotte. Sotto questa volta, l’eccellenza dell’alto artigianato del diciannovesimo secolo si palesa nello straordinario pavimento in parquet, caratterizzato da complessi e minuziosi intarsi in legni policromi che dialogano con la rigida geometria neoclassica delle pareti.

La narrazione architettonica e ingegneristica dell’Ottocento tocca il suo culmine nel celebre Bagno di Diana, l’ambiente dedicato all’Acqua Questo spazio rappresenta un capolavoro assoluto di archeologia ottocentesca in stile pompeiano, interamente decorato a grottesche e affreschi che celebrano le quattro stagioni. Concepito come un’anticipazione delle moderne spa private e ispirato alle antiche terme romane, il bagno unisce l’estetica romantica a un’avveniristica tecnologia ottocentesca, grazie a una complessa caldaia a legna posizionata nei sotterranei che permetteva di riscaldare l’acqua. Il punto focale di questa straordinaria opera è la monumentale vasca a forma di conchiglia, scolpita in un unico blocco di marmo bianco e dominata dalle sculture classiche, a testimonianza di come l’appartamento sia, nella sua totalità, una monumentale e coerente celebrazione dell’amore, del comfort e del gusto artistico del diciannovesimo secolo.

Dall’intimità segreta alla magnificenza barocca: Palazzo Doria Pamphilj

Lasciando gli appartamenti, ci attendono lo sfarzo e l’opulenza barocca di Palazzo Doria Pamphilj, risultato architettonico di evoluzioni, annessioni e ampliamenti realizzati nel corso di cinquecento anni. L’asse portante dello spazio di rappresentanza del palazzo è la Galleria, che ospita una delle quadrerie private più significative al mondo, istituita nel 1651 da Giambattista Pamphilj, salito al soglio pontificio col nome di Innocenzo X (1644-1655) e progettata dall’architetto Gabriele Valvassori riconvertendo le logge del cortile rinascimentale. La Galleria è costruita sul modello di Versailles e replica a Roma l’impostazione monumentale della reggia francese nell’intento di sancire visivamente il prestigio politico della famiglia. La struttura è concepita per massimizzare l’illuminazione naturale proveniente dalle grandi finestre attraverso una serie speculare di specchi di provenienza veneziana. La volta è interamente occupata dal ciclo di affreschi di Aureliano Milani incentrato sulle fatiche di Ercole. Questa scelta iconografica non ha finalità puramente decorative, ma costituisce un preciso manifesto politico e morale, volto ad associare le virtù dell’eroe mitologico alla stabilità della famiglia Pamphilj.

Il percorso si sviluppa attraverso quattro bracci espositivi che ospitano una quadreria privata unica per dimensioni. La disposizione dei quadri segue fedelmente un documento archivistico del Settecento, che impone la copertura totale delle pareti dal pavimento al soffitto secondo criteri di rigorosa simmetria visiva, senza le ripartizioni cronologiche tipiche dei musei moderni. Lungo questo itinerario, il visitatore incontra una serie di capolavori cardine della storia dell’arte europea, a partire da tre tele giovanili di Caravaggio: la Maddalena penitente, il San Giovanni Battista e il Riposo durante la fuga in Egitto. A queste si affiancano opere di primaria importanza di Raffaello (Ritratto di Andrea Navagero), Tiziano (Salomè con la testa di S. Giovanni Battista), Domenichino (Susanna e i vecchi), Parmigianino (Madonna col Bambino e Natività), Annibale e Ludovico Carracci (Satiro e pastore, Madonna con Bambino e S. Sebastiano), Mattia Preti (Maddalena penitente, S. Giovanni Battista, Cristo condotto sulla Scala Santa), Guercino (Erminia ritrova Tancredi ferito, Allegoria della primavera, Ritorno del figliuol prodigo, S. Giuseppe), Guido Reni (Madonna che adora il Bambino, S. Pietro penitente, Amor sacro e profano), Brueghel il Vecchio (Paesaggi), Gaspard Dughet (Paesaggi).

Oltre ai dipinti, la galleria è arricchita da sculture antiche e barocche. Il visitatore incontra così i ritratti delle due figure femminili che hanno segnato la storia della dinastia e sono entrate nella memoria collettiva della città. Tra i capolavori della scultura barocca del Seicento si osserva il celebre busto in marmo di donna Olimpia Maidalchini Pamphilj, eseguito da Alessandro Algardi, noto per l’accurata resa fisiognomica e il virtuosismo nel panneggio del velo vedovile con cui l’artista sintetizzò il carattere volitivo della potente cognata di Innocenzo X. Al diciannovesimo secolo appartengono invece le opere commemorative dedicate a lady Mary Talbot: il suo ritratto ufficiale su tela, eseguito dal pittore Alessandro Capalti ed esposto nella Sala Azzurra, dialoga idealmente con il busto in marmo della stessa principessa. Questo busto fu commissionato nel 1850 dal marito Filippo Andrea V a Pietro Tenerani, scultore carrarese, allievo di Thorvaldsen e tra i massimi esponenti del Purismo ottocentesco, il quale ritrasse la nobildonna “all’antica” infondendo al marmo quella grazia ideale e composta che caratterizzava la sua produzione monumentale richiesta dalle maggiori corti europee.

L’esposizione termina all’interno del Gabinetto Velázquez, un ambiente isolato e di piccole dimensions progettato specificamente per concentrare l’attenzione del visitatore su due sole opere collegate al pontefice Innocenzo X Pamphilj. Nella stanza si trova il celebre Ritratto di Papa Innocenzo X, dipinto da Diego Velázquez nel 1650, opera cardine del realismo barocco nota per la sua penetrazione psicologica. La tela è esposta in diretto rapporto spaziale con il busto in marmo dello stesso pontefice eseguito da Gian Lorenzo Bernini, offrendo un confronto documentario diretto tra i due massimi ritrattisti del Seicento.

La presenza prorompente di Innocenzo X evocata dal pennello di Velázquez e dallo scalpello del Bernini si incarna in veste ufficiale nella Sala del Trono, un ambiente che documenta come le fortune delle famiglie aristocratiche romane fossero strettamente legate alla presenza di un pontefice tra i propri membri.

Lo spazio conserva la disposizione antica, chiamata fin dall’Ottocento “Stanza delle tempere” dalla tecnica con cui sono eseguiti la maggior parte dei paesaggi che vi si trovano. Questi dipinti, attribuiti in maggioranza a Giovanni Battista Giovannini, “pittore di casa” di Benedetto Pamphilj, seguono ancora oggi la numerazione dell’elenco fidecommissario del 1819.

La moderna denominazione Sala del Trono trae invece origine dalla presenza del baldacchino papale, sotto al quale è stato sistemato il grande Ritratto di Innocenzo X, tradizionalmente riferito al pittore cremonese Pietro Martire Neri, collaboratore a Roma di Diego Velázquez. Il dipinto ha un’importance storica specifica, poiché raffigura Innocenzo X il giorno della sua elezione, nelle fastose vesti ufficiali con cui impartì per la prima volta la benedizione papale; l’aspetto celebrativo dell’opera consente di datare la sua realizzazione subito a ridosso dell’avvenimento, tra il 1644 e il 1645.

Il trono, rivestito di velluto rosso e oro, è abitualmente rivolto alla parete e viene girato solo in occasione di visite papali al palazzo, secondo un’antica consuetudine delle famiglie aristocratiche romane. Era infatti tradizione che il pontefice in carica avesse a disposizione nelle dimore nobili dell’Urbe un trono dove ricevere i suoi ospiti.

Palazzo Doria Pamphilj è raggiungibile dal nostro boutique hotel con una comoda camminata di soli 15 minuti. Il percorso attraversa Via Panisperna che, con i suoi caratteristici saliscendi, le piante rampicanti che incorniciano i palazzi storici, i sampietrini e quell’atmosfera d’altri tempi, rappresenta l’essenza più autentica del Rione Monti ed è unanimemente considerata una delle vie più belle di Roma.

Arrivati a Largo Magnanapoli – dominato dall’imponente Torre delle Milizie che si innalza sopra la facciata barocca di Santa Caterina a Magnanapoli – e costeggiando il complesso dei Mercati di Traiano sulla sinistra, incontriamo la scalinata di Via delle Tre Cannelle che ci conduce rapidamente verso Piazza Venezia.

Da lì, imboccando Via del Corso, bastano pochissimi metri a piedi per trovare, sulla sinistra al civico 305, il monumentale ingresso del Palazzo.

INDIRIZZO 

VIA DEL CORSO, 305

ORARI 

il lunedì, il martedì e il giovedì dalle 9.00 alle 18.30 il mercoledì dalle 12.30 alle 18.30dal venerdì alla domenica dalle 10.00 alle 19.30
Il percorso di visita comprende anche il museo Ospitale Santa Francesca Romana di Trastevere e la Chiesa di Santa Maria in Cappella

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Telefono: 

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Patti Smith e Robert Mapplethorpe

L’estate romana 2026 celebra il sodalizio artistico tra Robert Mapplethorpe e Patti Smith attraverso una grande mostra fotografica al Museo dell’Ara Pacis e un attesissimo concerto-evento della cantautrice al Circo Massimo per festeggiare il suo 80º compleanno.

Patti Smith Quartet in concerto al Circo Massimo

La cantautrice e poetessa sarà in concerto al Circo Massimo il 27 luglio 2026. L’evento è l’unica tappa italiana del suo tour estivo ed è organizzato in collaborazione con il Teatro dell’Opera di Roma.

Data: 27 luglio 2026 (ore 21:00).

Robert Mapplethorpe. Le forme della bellezza

Il Museo dell’Ara Pacis ospita il capitolo conclusivo di un importante progetto espositivo itinerante dedicato al celebre fotografo americano, tra i principali maestri del XX secolo.

Le oltre 200 fotografie in mostra esplorano il concetto di bellezza come perfezione artistica, intensità e rigore formale. Ogni scatto realizzato da Robert Mapplethorpe con la sua Hasselblad era il risultato di un processo meticoloso in cui nulla veniva lasciato al caso e ogni dettaglio orchestrato con precisione per plasmare la realtà secondo un’idea e una visione. Corpi umani, volti e nature morte sono trattati con la stessa maniacale attenzione alla luce e alle geometrie dando vita a immagini che trascendono il tempo e lo spazio.

Nella tappa romana sono esposti i grandi capolavori che nei mesi scorsi hanno conquistato i visitatori di Venezia e Milano: gli autoritratti, le foto dedicate alle sue muse Patti Smith e Lisa Lyon, i ritratti di personaggi famosi del mondo dell’arte, della letteratura, della musica, del cinema (Yoko Ono, Robert Rauschenberg, Donald Sutherland, David Byrne, Richard Gere), o la serie dei fiori e delle nature morte, cui fanno da contraltare gli scatti più celebri e sensuali di corpi nudi maschili e femminili, immortalati dalla macchina fotografica come marmo scolpito.

Una sezione della mostra è infine dedicata al profondo legame di Mapplethorpe con l’Italia e al confronto con l’antico. Fanno parte del percorso espositivo due sculture classiche provenienti dai Musei Capitolini – la Statua di Afrodite datata tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. e la Statua di atleta del I secolo d.C., copia di un originale greco del V a.C.

QUANDO 

dal 29 Maggio 2026 al 4 Ottobre 2026

DOVE 

Museo dell’Ara Pacis

LUNGOTEVERE IN AUGUSTA

CONTATTI 

Sito web: www.arapacis.it/mostra-evento/robert-mapplethorpe-le-forme-della-bellezza

ORARI 

fino al al 4 ottobre 2026
tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 19.30
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

GIORNI DI CHIUSURA 

Lunedì