Dal 22 Luglio 2026 al 18 Ottobre 2026
Castel Sant’Angelo
La mostra:
Reperti straordinari provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano e raramente esposti al pubblico: oggetti che raccontano la vita quotidiana dell’antica città, preservata dall’eruzione del 79 d.C. Tra questi, un pane sfornato duemila anni fa e carbonizzato dall’eruzione del Vesuvio, insieme ad alimenti, reperti organici, stoviglie, arredi e utensili d’uso quotidiano.
Ercolano. L’arte di vivere, è la mostra che conduce il visitatore alla scoperta della città vesuviana, fermata per sempre dall’eruzione del Vesuvio.
Il percorso si apre con una straordinaria Wunderkammer, una “camera delle meraviglie” ispirata alle celebri raccolte rinascimentali. Qui sono riuniti 42 reperti di eccezionale valore provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano: statue, busti, affreschi, gioielli e oggetti della vita quotidiana che raccontano la raffinatezza artistica, il livello culturale e la qualità della vita nell’antica città alla vigilia della catastrofe. Come nelle originarie camere delle meraviglie, l’obiettivo non è soltanto esporre reperti, ma suscitare stupore e meraviglia.
Il visitatore entra quindi nel cuore dell’evento che ha segnato il destino di Ercolano: una sala immersiva dedicata all’eruzione del Vesuvio, con contenuti audiovisivi, dipinti, stampe e arti decorative che documentano la costruzione dell’immaginario del vulcano nell’Europa del Grand Tour.
La mostra ricostruisce poi, attraverso installazioni audiovisive e reperti archeologici, la città viva, con le sue botteghe e i thermopolia, luoghi destinati alla vendita di cibi e bevande pronti per il consumo quotidiano.
Il percorso conduce quindi nell’intimità della domus, tra cucina e dispensa: mortai, pentole, casseruole e preziosi reperti organici – cereali e legumi restituiti dagli scavi – documentano con rara precisione la dieta quotidiana degli antichi ercolanesi, offrendo uno spaccato autentico delle loro abitudini alimentari.
Il racconto prosegue con il vino, protagonista di una delle attività economiche più floride della Campania antica. Plinio il Vecchio celebrava il Falerno come uno dei vini più rinomati del suo tempo, ma il vino era anche un ponte verso il divino, legato al culto di Bacco, dio della vite, della fertilità e dell’ebbrezza rituale.
Il percorso culmina nella sala dedicata al banchetto, dove una meridiana in marmo scandisce i tre momenti dell’alimentazione romana – ientaculum, prandium e cena – tra campanelli in bronzo, vasellame in vetro, bronzo e argento e quello che è forse il reperto più singolare dell’esposizione: la larva convivialis, una piccola figurina scheletrica che, posta sulla tavola, ricordava ai commensali la brevità della vita e li invitava, sulle orme della filosofia epicurea, a godere dei piaceri del convivio.
La colata piroclastica che investì Ercolano nel 79 d.C. ha preservato edifici, oggetti, alimenti e materiali organici, trasformando una catastrofe in una straordinaria fonte di conoscenza. Grazie a questa eccezionale conservazione, oggi è possibile ricostruire con precisione aspetti della vita quotidiana degli antichi ercolanesi, dalle pratiche alimentari alle attività lavorative, dalla cura del corpo alle relazioni sociali nel mondo romano.
LUOGO: Castel Sant’Angelo
INDIRIZZO: Lungotevere Castello 50
ORARI: dal martedì alla domenica dalle 9.00 alle 19.30 (ultimo ingresso ore 18.30). Chiuso il lunedì
COSTO DEL BIGLIETTO: Il biglietto include l’ingresso a Castel Sant’Angelo e alla mostra
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 39967100
E-MAIL INFO: info@coopculture.it
SITO UFFICIALE: http://direzionemuseiroma.cultura.gov.it
Castel Sant’Angelo
Situato sulla riva destra del Tevere, a pochi passi dalla Basilica di San Pietro in Vaticano al quale è collegato dal Passetto di Borgo, Castel Sant’Angelo, anche conosciuto come Mole Adriana e Mausoleo di Adriano, è uno dei monumenti più affascinanti di Roma. Dall’alto delle sue terrazze o dalle larghe aperture situate lungo i camminamenti più esterni si gode di uno dei panorami più suggestivi della città, soprattutto al tramonto.
La storia di Castel Sant’Angelo percepibile e stratificatasi nei secoli in ogni suo angolo, ha reso il monumento unico nel suo genere perché può essere considerato, allo stesso tempo, monumento, area archeologica e museo.
Il Mausoleo divenne sede museale nel 1925, per ospitare collezioni di arte e storia riconducibili a tre nuclei principali costituiti dalle vestigia romane del mausoleo imperiale, dal castello fortificato e dagli appartamenti papali.
Cenni storici:
La storia di Castel Sant’Angelo inizia nel 135 d.C. per volere dell’imperatore Adriano (117-138 d.C.) che, desideroso di far costruire un mausoleo funebre per sé e per la sua famiglia, si rivolse all’architetto Demetriano. Nei pensieri dell’imperatore c’era una tomba monumentale sullo stile del Mausoleo di Augusto, ma di dimensioni nettamente maggiori.
Terminato nel 139, un anno dopo la morte dell’imperatore Adriano, da Antonino Pio, il mausoleo era accessibile dal Campo Marzio per mezzo di Ponte Elio, l’attuale Ponte Sant’Angelo.
Il monumento è formato da un basamento cubico in marmo lunense e da un tamburo (costruzione circolare) che attualmente costituisce la parte inferiore del castello. Tutto l’edificio era rivestito di marmi e decorato con festoni e fregi su cui si potevano leggere i nomi degli imperatori sepolti al suo interno. Attraverso una galleria che gira intorno al tamburo, si accede a un corridoio che porta alla camera sepolcrale, situata al centro del mausoleo e che anticamente era decorata con preziose lastre di marmi policromi; oggi, si possono ancora osservare le grappe che le trattenevano. L’ambiente ospitava le ceneri dell’imperatore Adriano. Qui, trovarono sepoltura anche sua moglie Vibia Sabina, l’imperatore Antonino Pio e sua moglie Faustina Maggiore, gli imperatori Commodo, Marco Aurelio, Settimio Severo, Geta e Caracalla. Sulla sommità del mausoleo era collocata una quadriga in bronzo che portava in trionfo l’imperatore Adriano.
Nel 403 d.C., forse ad opera dell’imperatore Onorio, l’edificio fu incluso in un bastione delle mura Aureliane entrando a fare parte del sistema difensivo della città e perdendo la sua funzione originaria. Questo fu anche il periodo in cui cominciò a essere chiamato castellum. Fu invece intorno al 590 che, secondo la tradizione, il Mausoleo di Adriano venne chiamato col nome con cui lo conosciamo oggi: Castel Sant’Angelo.
Durante la processione organizzata per scongiurare la grave pestilenza che si era abbattuta sulla città e che ne stava decimando la popolazione, Papa Gregorio I ebbe una visione: l’arcangelo Michele che, in cima alla Mole Adriana, rinfoderava la spada. L’avvenimento venne interpretato come un segno dal cielo che annunciava la fine della pestilenza. Così fu. Come ringraziamento, il papa fece erigere una chiesa dedicata a San Michele e successivamente vi fu collocata una statua che raffigurante l’angelo nell’atto di riporre la spada.
Dopo varie vicissitudini e dispute sulla proprietà, e dopo essere stato utilizzato anche come prigione, uso che mantenne almeno fino ai primi del ‘900, nel 1365, il castello venne ceduto dagli Orsini alla Chiesa. Grazie alla sua struttura massiva e fortificata, i papi cominciarono a utilizzare Castel Sant’Angelo come rifugio, come sede per l’Archivio Vaticano, come una sorta di caveau per il Tesoro della Chiesa, come tribunale e come prigione.
Al tempo del suo pontificato, Niccolò III Orsini (1216-1280) fece realizzare il famoso e utilissimo Passetto che nel 1494 agevolò la fuga dal Vaticano al ben più sicuro castello a papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) durante l’invasione di Roma delle milizie di Carlo VIII di Francia, e nel 1527 a papa Clemente VII (Giulio de’ Medici) durante il Sacco di Roma compiuto dai lanzichenecchi di Carlo V.
Nei secoli successivi, il castello fu sottoposto a grandi trasformazioni. Una delle più consistenti fu eseguita per ordine di papa Alessandro VI Borgia da Antonio da Sangallo il Vecchio che lo rese una vera e propria roccaforte militare e che costruì i quattro bastioni pentagonali e il fossato. Il papa, inoltre, abbellì il castello con giardini e fontane e fece allestire un nuovo appartamento, affrescato da Pinturicchio. Gli altri papi che soggiornarono tra le mura della fortezza fecero trasformare alcuni ambienti in sale di rappresentanza, destinate a stanze private. Tra queste, citiamo la splendida Sala di Apollo, affrescata a grottesche da Perin del Vaga che si ispirò agli ambienti della Domus Aurea decorati con amorini, grifoni, satiri e tritoni.
Tra il 1667 e il 1669, papa Clemente IX fece collocare dieci angeli in marmo lungo il Ponte Elio, che da quel momento fu chiamato Ponte Sant’Angelo. Gli angeli furono realizzati da Gian Lorenzo Bernini e dagli allievi della sua bottega. I primi due furono scolpiti da Bernini stesso e oggi sono conservati nella Chiesa di Sant’Andrea delle Fratte.
Castel Sant’Angelo fu completamente restaurato tra il 1933 e il 1934, anni durante i quali vennero ripristinati i fossati e i bastioni, e l’area esterna alle fortificazioni fu sistemata a giardino.
Come abbiamo visto, il monumento fu destinato a prigione a partire dalla metà del Trecento. Oltre a celle spaventose, come quella detta Sammalò o San Marocco, in cui il condannato veniva calato dall’alto e aveva appena lo spazio per accovacciarsi, non potendo stare in piedi o sdraiato, il castello ospitava anche delle celle riservate a prigionieri di riguardo. Tra questi ricordiamo Beatrice Cenci, Benvenuto Cellini, Cagliostro e Giordano Bruno.
Le prigioni del monumento fanno anche da sfondo a una delle opere liriche più conosciute, la Tosca di Giacomo Puccini, ambientata ai tempi della caduta della Repubblica Romana, della Restaurazione dello Stato Pontificio e degli echi rivoluzionari provenienti dalla Francia. Nelle sue segrete si agita disperato il pittore Cavaradossi, condannato a morte, poi fucilato nel cortile. La donna che ama, Tosca, appunto, vinta dal dolore, si suicida precipitando dagli spalti del castello.
Come raggiungere Castel Sant’Angelo dal nostro hotel
Metro A (linea rossa) fermata Vittorio Emanuele
Da via di Santa Prassede 25 potete raggiungere la fermata Vittorio Emanuele della linea A in pochi minuti. Svoltare a sinistra in via di Santa Prassede e a sinistra in via San Martino ai Monti. Attraversare via Merulana e imboccare la via di San Vito: pochi passi e ci troviamo in un angolo alquanto pittoresco e denso di storia, che merita una breve sosta.
Dinanzi a noi si alza l’imponente Arco di Gallieno, arroccato con tutta la sua mole di travertino bianco sulla spoglia e austera facciata quattrocentesca della chiesa di San Vito e Modesto. L’arco sorge sul luogo dell’antica Porta Esquilina, originariamente aperta nelle Mura Serviane del IV secolo a.C. nate in blocchi di tufo di Grotta Oscura dopo il sacco gallico. In epoca augustea la vecchia porta militare fu interamente ricostruita in travertino e monumentalizzata da Augusto con una splendida struttura a tre fornici. Fu solo nel 262 d.C. che il monumento venne dedicato all’imperatore Gallieno. Successivamente, nel 1477, i due fornici laterali (rintracciabili sotto terra) andarono perduti. Fu proprio la costruzione della chiesa e di alcune abitazioni a distruggerli, lasciando visibile oggi solo il grande arco centrale e sovrapponendo per l’ennesima volta la storia alla storia.
Colpisce quanto un angolo così dimesso possa essere ricco di storia o meglio di pagine sovrapposte, cosicché ci sono punti a Roma dove è più facile guardare nel caleidoscopio della storia che rimescola le carte e le ripone una sopra l’altra. Sta a noi riaprire il gioco.
Quella stradina così sonnolenta, con quell’arco maestoso incastrato lì quasi per caso accanto a quella sobria chiesetta — che a Roma passerebbe sicuramente del tutto inosservata con tutte le magnificenze (basti pensare a Santa Maria Maggiore e Santa Prassede), se non fosse per il suo illustre vicino — in epoca romana era la parte terminale di uno degli assi viari più trafficati e importanti dell’intera città. Per immaginarlo occorre sovrapporre le strade di ieri a quelle di oggi.
L’Argiletum, la celebre via dei librai e dei commercianti, partiva nel cuore del Foro Romano correndo in pianura lungo quella che oggi è Via della Madonna dei Monti e continuando su Via Leonina. Qui si addentrava nel cuore pulsante della Suburra, il quartiere abitativo popolare dell’antica Roma. Il suo punto d’arrivo era l’attuale Piazza della Suburra, all’altezza della stazione della metropolitana Cavour: qui l’Argiletum terminava e la strada si biforcava. Il ramo che piegava a destra prendeva il nome di Clivus Suburanus e iniziava a inerpicarsi verso l’Esquilino. Questa salita antica ricalcava le odierne Via in Selci e Piazza di San Martino ai Monti, per poi confluire proprio nell’attuale Via di San Vito, che costituiva l’ultimo tratto della via prima di varcare le mura cittadine oltrepassando la Porta Esquilina.
La Chiesa di San Vito e Modesto ad Macellum
Proprio su questo storico asse si innesta la chiesa di San Vito e Modesto. Il suo nome ‘ad macellum’ conserva l’antica memoria del luogo, il Macellum Liviae, un grande mercato coperto che l’imperatore Augusto dedicò a sua moglie Livia: i nomi continuano a ricordare i luoghi, anche quando essi non esistono più.
La struttura che vediamo oggi nacque per il Giubileo del 1475; l’aspetto castigato e severo riflette la semplicità delle chiese del primo e medio Rinascimento. Questa austerità è ulteriormente accentuata dalla sua posizione, poiché la chiesa è letteralmente inglobata nelle antiche Mura Serviane e addossata alla mole imponente dell’Arco di Gallieno.
Ed è proprio la discesa nella cripta a permetterci un viaggio nella complessa e affascinante stratificazione di Roma. L’accesso a questo sito è completamente gratuito.
Immaginiamo un foglio, che rappresenta il piano di calpestio attuale: ciò che vediamo in superficie delle antiche strutture rappresenta soltanto la loro parte sommitale. Tutto il resto è sprofondato nel sottosuolo a causa del progressivo innalzamento del terreno nei secoli.
Scendendo lungo la passerella degli scavi al di sotto dell’attuale linea temporale, rappresentata dal nostro foglio immaginario, si incontra la prosecuzione verticale della struttura in blocchi della Porta Esquilina, rivelando come il monumento in superficie sia solo la cima di un monumentale sbarramento difensivo e daziario. I blocchi di tufo delle mura si affiancano qui alle strutture del Macellum Liviae, il grande il grande mercato alimentare della zona noto nei documenti medievali come Macello di Livia.
Nello stesso spazio sotterraneo si incrociano i condotti in pietra dell’Anio Vetus — il secondo acquedotto costruito a Roma nel 272 a.C., che portava l’acqua dalle sorgenti dell’alto bacino dell’Aniene fino a questo specifico snodo urbano — e un tratto originale di basolato stradale romano, una porzione della via antica che permette di osservare da vicino la superficie originaria su cui transitavano i carri. Le successive sepolture cristiane individuate nello scavo testimoniano come, nei secoli del tardo impero e del primo medioevo, lo spazio un tempo destinato al mercato e alle infrastrutture pubbliche sia stato progressivamente riutilizzato per scopi funerari, sigillando la fine dell’antichità classica.
Il declino e l’impoverimento del colle
È proprio l’acqua a suggerirci di girare il nostro caleidoscopio: appare l’immagine degli sfarzosi giardini repubblicani ed imperiali chiamati Horti, nati sull’Esquilino grazie alla sua presenza. Sono ben 7, infatti, gli acquedotti che entrano nella città a Porta Maggiore.
Questo paradiso terrestre cade però in un tragico sonno nel VI secolo dopo Cristo, durante le guerre gotiche, quando il taglio sistematico degli acquedotti prosciuga completamente il colle. Spostandosi l’abitato verso il fiume, la regione dei colli perse progressivamente d’importanza e rimase isolata dalla vita cittadina.
La scarsa sicurezza dei luoghi, caratterizzata da un habitat disperso e disseminato di rovine, spiega la costruzione di numerose dimore fortificate da parte dei clan nobiliari romani, l’impoverimento del tessuto edilizio e la forte presenza ecclesiastica. Titoli, chiese devozionali e diaconie erano le uniche strutture di riferimento esistenti sul territorio. Queste determinarono una metamorfosi della destinazione d’uso della zona esquilina da centro mondano e quartiere ad alta concentrazione abitativa in un luogo di ospitalità e carità rivolta ai poveri e ai pellegrini in visita alle basiliche di Santa Maria Maggiore, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme e chiese minori come Santa Prassede e San Vito e Modesto per l’appunto, la cui visita andò istituzionalizzandosi con i giubilei.
La rinascita: una nuova viabilità e il ritorno dell’acqua
Sono proprio l’acqua e la viabilità tardo rinascimentale con la progettazione della via Sistina a riportare la vita al colle e risvegliarlo dal sonno nel quale era sprofondato. La rinascita inizia alla fine del Cinquecento con gli importanti interventi urbanistici di Gregorio XIII e di Sisto V. Entrambi i papi realizzano un’importante maglia viaria con al centro Santa Maria Maggiore (Via Merulana, Via Felice o via Sistina, via Panisperna) per ripristinare il collegamento dell’Esquilino con la città.
Fu poi l’attivazione dell’acqua Felice, che prese il nome di battesimo di Papa Sisto V suo artefice, a far rifiorire la memoria degli antichi horti, trasformando l’Esquilino ancora una volta in un’area suburbana ricca di ville e giardini. Nel Cinque e Seicento nacquero così le grandi ville rinascimentali e barocche, come la celebre Villa Palombara, della quale oggi null’altro rimane se non la Porta Magica nei giardini di piazza Vittorio Emanuele che costeggiamo per raggiungere la stazione della metro.
Nulla mutò fino al 1870 quando l’Esquilino divenne, in virtù delle sue caratteristiche di spazio quasi disabitato, il fulcro di un programma di opere edilizie volto a costruire abitazioni per il personale impiegatizio della Roma umbertina. Sotto la spinta del primo piano regolatore, l’Esquilino subisce una delle più violente trasformazioni urbanistiche della sua storia. Le splendide ville aristocratiche barocche vengono lottizzate, espropriate e rase al suolo dai picconi della speculazione edilizia per fare spazio ai blocchi residenziali del nuovo rione ed al centro di esse l’unica piazza piemontese con le arcate a Roma: Piazza Vittorio Emanuele.
Il percorso in Metro A e l’arrivo
Dopo questo breve viaggio nel tempo, riprendiamo la nostra passeggiata verso Castel Sant’Angelo.
Quando scendete nella stazione della metropolitana Vittorio Emanuele, scegliete la linea A in direzione Battistini. Scendete poi alla fermata Lepanto e percorrete via Marcantonio Colonna. Attraversate l’elegante via dello shopping via Cola di Rienzo e proseguite su via Cicerone fino a giungere a Piazza Cavour, un altro grande fulcro della Roma Umbertina.
Ed in effetti a Prati, dove un tempo vi era il verde dei Prati di Castello (una vasta zona agricola e di vigne che arrivava fino alle mura del Vaticano), troviamo una situazione speculare alla Roma Piemontese dell’Esquilino. Anch’esso divenne un rione della nuova capitale sabauda, nato con un impianto geometrico regolare e pensato per accogliere la borghesia impiegatizia, con una curiosità urbanistica: le vie vennero progettate in modo tale che, camminando, non si potesse mai vedere la cupola di San Pietro, a testimonianza delle forti tensioni dell’epoca tra il nuovo Stato italiano e il Papato.
Diamo uno sguardo al colossale Palazzo di Giustizia e al suo accademico sovrapporsi di stili. Questa ciclopica struttura in travertino, progettata dall’architetto Guglielmo Calderini e inaugurata nel 1911 dopo oltre vent’anni di spettacolari lavori, rappresenta il simbolo monumentale della magistratura dell’Italia unita. La sua architettura è così carica di decorazioni, statue imponenti e fregi tardo-rinascimentali e barocchi da essere subito ribattezzata dai romani con il dissacrante soprannome di “Il Palazzaccio”.
Ed eccoci infine giunti al Tevere. Da Piazza Cavour vi basterà aggirare il Palazzo di Giustizia lasciandovelo sulla sinistra per sbucare sul Lungotevere Castello. Pochi passi ancora verso destra e vi troverete di fronte a Ponte Sant’Angelo e alla maestosa mole di Castel Sant’Angelo.
Raggiungere Castel Sant’Angelo passeggiando
Castel Sant’Angelo è raggiungibile dal nostro boutique hotel con una camminata di circa 50 minuti. Il percorso attraversa Via Panisperna che, con i suoi caratteristici saliscendi, le piante rampicanti che incorniciano i palazzi storici, i sampietrini e quell’atmosfera d’altri tempi, rappresenta l’essenza più autentica del Rione Monti ed è unanimemente considerata una delle vie più belle di Roma.
Arrivati a Largo Magnanapoli – dominato dall’imponente Torre delle Milizie che si innalza sopra la facciata barocca di Santa Caterina a Magnanapoli – e costeggiando il complesso dei Mercati di Traiano sulla sinistra, si incontra la scalinata di via delle Tre Cannelle che conduce rapidamente verso Piazza Venezia.
Da lì, attraversando la piazza, ci si porta sotto la maestosa mole di marmo bianco del Vittoriano, fino a giungere ai piedi della celebre Cordonata di Michelangelo. Voltate a destra addentrandovi in uno dei più suggestivi rioni, “Campitelli”, e proseguite lungo via di Tor Margana e l’omonima piazza. Imboccate poi via dei Funari per ammirare la facciata di Santa Caterina dei Funari, un vero scrigno tardo-rinascimentale consacrato nel 1564. Il suo nome rievoca i vecchi fabbricanti di funi. La chiesa colpisce per la sua elegante facciata in travertino a due ordini sovrapposti, decorata da paraste e da singolari capitelli modificati, che anticipa un interno ricchissimo di affreschi del Muziano e di Annibale Carracci.
Proseguendo, entrate nell’incantevole Piazza Mattei, il cuore aristocratico del Rione Sant’Angelo, dominata dai complessi monumentali delle potenti famiglie dei Mattei e dei Costaguti. Al centro della piazza lasciatevi incantare dalla celebre Fontana delle Tartarughe, un Al centro della piazza lasciatevi incantare dalla celebre Fontana delle Tartarughe, un capolavoro manierista realizzato tra il 1581 e il 1588 su progetto di Giacomo della Porta e scolpito da Taddeo Landini. Questo gioiello in marmi policromi e bronzo mette in scena quattro delicati efebi che cavalcano altrettanti delfini; con le mani sollevate, i fanciulli spingono delle piccole tartarughe ad abbeverarsi nella vasca superiore. Fu proprio la famiglia Costaguti, il cui palazzo affaccia direttamente sulla piazza, a finanziare e curare importanti interventi di manutenzione e restauro della fontana nei decenni successivi, preservando lo splendore delle sculture prima che Gian Lorenzo Bernini, nel 1658, vi aggiungesse le iconiche tartarughe bronzee.
Dirigetevi ora verso Piazza Benedetto Cairoli. Passando sulla destra, incontrerete la monumentale facciata in travertino di San Carlo ai Catenari, splendido e imponente esempio del primo Barocco romano eretto a partire dal 1612. Il curioso appellativo “ai Catenari” ricorda i vecchi artigiani costruttori di catini e bacinelle che avevano bottega proprio in queste vie. L’edificio si distingue per la sua grandiosa cupola progettata da Rosato Rosati — la quarta di Roma per grandezza — e custodisce al suo interno una pianta a croce greca allungata, magnificamente affrescata dal Domenichino, dal Lanfranco e da Pietro da Cortona.
Attraversate via dei Giubbonari, lasciandovi sulla destra la deliziosa chiesetta di Santa Barbara dei Librai. Arrivati a Campo de’ Fiori, girate a destra per raggiungere piazza Farnese, dominata dalla mole di Palazzo Farnese. Questo straordinario edificio rappresenta uno dei vertici assoluti dell’architettura rinascimentale a Roma: iniziato nel 1514 da Antonio da Sangallo il Giovane per volere del cardinale Alessandro Farnese (futuro papa Paolo III), vide poi i contributi geniali di Michelangelo Buonarroti — che progettò l’imponente cornicione superiore e il balcone centrale — e del Vignola, per essere infine completato da Giacomo della Porta. Per le sue proporzioni perfette, la facciata severa e la forma cubica e compatta priva di ali, i romani lo hanno battezzato affettuosamente con il soprannome di “Il Dado.
Dal lato sinistro di Palazzo Farnese, svoltate ed entrate nell’elegante rettilineo rinascimentale di via Giulia proprio in corrispondenza della Chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte. Questa chiesa, ricostruita a metà del Settecento da Ferdinando Fuga, era la sede della confraternita che si occupava di dare degna sepoltura ai cadaveri trovati abbandonati nella campagna romana o nel Tevere; la sua facciata barocca e gli interni sono decorati da inquietanti simbologie legate alla morte, come clessidre alate e scheletri. Sopra la via noterete anche il suggestivo Arco Farnese, un cavalcavia progettato da Michelangelo che avrebbe dovuto collegare Palazzo Farnese con una villa sull’altra sponda del Tevere, ma rimasto incompiuto.
Percorrete tutta via Giulia, una delle strade più celebri e innovative di Roma, progettata all’inizio del Cinquecento da Donato Bramante su ordine di papa Giulio II per creare un nuovo asse monumentale e rettilineo che collegasse i centri del potere con il Vaticano. Camminando sui suoi sampietrini, respirerete un’atmosfera unica, fiancheggiando palazzi nobiliari, cortili rinascimentali e antiche chiese, isolati dal caos cittadino.
Percorrete tutta via Giulia, una delle strade più celebri e innovative di Roma, progettata all’inizio del Cinquecento da Donato Bramante su ordine di papa Giulio II per creare un nuovo asse monumentale e rettilineo che collegasse i centri del potere con il Vaticano. Camminando sui suoi sampietrini, respirerete un’atmosfera unica, fiancheggiando palazzi nobiliari, cortili rinascimentali e antiche chiese, isolati dal caos cittadino.