Le 4 stagioni a Roma: l’estate

L’estate a Roma non è una stagione, ma uno stato d’animo. Fa caldo a luglio e agosto, e ci sono momenti nei quali il sole picchia con violenza sui muri, rendendo immobile l’aria e trasformando la città in una massa solenne, maestosa e monumentale. L’arsura polverosa e rovente è stemperata dal soffio gentile del vento di Ponente serale che si leva sui colli, sotto un immenso cielo arancione o rosseggiante, donando respiro alle piazze e facendo vibrare la pietra accaldata come in un sospiro di sollievo.

Nessuna stagione tocca più intimamente l’anima di Roma. La luce di luglio e agosto scolpisce l’architettura in volumi solidi, taglia le forme in blocchi perfetti e modella le linee, trasformando la pietra in essenza geometrica pura. A Roma quasi tutto è stabilito dalla luce: il colore, il contrasto, il contorno, la plasticità. Solo la luce spietata dell’estate rende appieno i corpi; come in una scena illuminata a giorno senza vuoti, si evidenzia quel tono plastico inequivocabile che contraddistingue Roma e che rende unici il suo paesaggio, la città e le sue architetture.

La forte luce annerisce i colori, e le ombre nere di sole si tingono dei riflessi di colore dal quale il bianco esce candido, purificato dalla luce accecante. Il chiaroscuro ritrae Roma come una fotografia ad alto contrasto o un quadro caravaggesco.

Dalle ombre emerge la luce e il tessuto visivo della città è tramato dalla luce. Il Pantheon ne è un grande interprete, che usa magistralmente le note di luce e ombra. A Roma lo spazio ha come sostanza la luce. Se n’è fatto interprete il pittore danese Christoffer Wilhelm Eckersberg che scelse deliberatamente le ore centrali del giorno estivo per catturare la verità geometrica e la durezza della pietra sotto il sole del Mediterraneo. “Qui la luce estiva non ammorbidisce le forme, ma le taglia con la precisione di un coltello. A mezzogiorno il sole cade a piombo, verticale e spietato, rendendo i monumenti masse di puro contrasto, sagome geometriche accecanti e ombre nere come l’inchiostro. In queste ore calde l’aria trema e la città diventa immobile; dipingere all’aperto è impossibile, e si è costretti a cercare il fresco profondo e la salvezza nell’ombra delle rovine o dei porticati.”

La luce dipende da una combinazione unica di fattori fisici. A Roma nasce dalla piana alluvionale del fiume, dall’origine vulcanica dei colli che la circondano, dal mare, dal vento, dalla pressione atmosferica, dall’umidità, dal manto vegetale. La luce di Roma, che ha incantato generazioni di pittori, è unica, e ogni giorno questa luce e le sue ombre sono diverse.

L’estate a Roma si compone della frescura monumentale delle grandi chiese, nelle quali cercare riparo. Ci accolgono come profonde grotte di marmo, avvolgendoci in un buio ed eterno silenzio che cala improvvisamente come un sipario non appena si chiude la porta, lasciando fuori la luce accecante. La pace sacra di questi interni riflette la mite quiete dei pomeriggi estivi quando tutto sembra fermarsi e invita a sostare. L’occhio dapprima fatica a distinguere la ricchezza di marmi colorati, oro e mosaici celati nella penombra, che si svelano lentamente al visitatore come miraggi. In estate si susseguono i contrasti. Mai il bianco appare così fresco e limpido come sotto la folgorante luce estiva, che si rifrange sul marmo e avvolge con il suo calore l’acqua cristallina. I riflessi sfarfallano e guizzano sulle forme quando la luce penetra l’acqua in movimento. La materia si anima attraverso un gioco di ombre in continua mutazione che si traduce, sul fondo, nella sublime metamorfosi di danzanti ed effimeri disegni. Il bianco del marmo perde la sua rigidità minerale e sembra quasi vibrare, muovendosi insieme alle increspature e agli spruzzi d’acqua, restituendo una sensazione di freschezza visiva che contrasta con la calura dell’aria.

Nelle ore più calde i parchi cittadini offrono rifugio sotto pergolati di alberi maestosi che intrecciano i loro possenti rami, giganteschi ombrelloni che disperdono i sottili raggi di luce come fili di pioggia sulla terra bruciata. La fitta vegetazione di lecci e pini nasconde ombre dense, lacerate in prospettiva dalle linee nette di sentieri e vialoni inondati dalla luce violenta. Il bianco marmo delle fontane, colpito dai raggi di sole che riescono a penetrare le fitte fronde, si ravviva improvvisamente. Le sculture, punti di luce teatrale in mezzo all’oscurità del fogliame circostante, si destano come per magia e sembrano respirare.

Nelle ore centrali, la luce verticale che cade a piombo su travertino e marmo assume una qualità termica. È così violenta e bianca che rende palazzi e piazze immobili, sospesi sotto un riverbero accecante. Il travertino ne assorbe il colore e lo riflette in una luminescenza gessosa e abbagliante. Il suo riverbero ci costringe a socchiudere gli occhi. Il cielo si nasconde dietro a un bianco bagliore. Quando si passa davanti ai portoni aperti dei palazzi, sembra che lo sguardo sprofondi in una grotta oscura; da lì esala quell’alito umido e fresco che ha un velato retrogusto di muffa. In quelle lunghe ore di primo pomeriggio siamo spinti a cercare rifugio nei musei e nelle gallerie della città, attraversando cortili e logge spaccate nette da luce e ombra. Complice la temperatura elevata, scopriamo che sono spazi sacri, luoghi abitati dalle muse (Mouseion) pronti a invitarci a passeggiare nella natura estetica e olistica dell’arte. Ed è proprio la condizione di abbandono e deserto di molti musei romani a trasformarli in eterotopie, luoghi diversi, spazi di rifugio, meditazione e asilo al riparo dal calore assordante. Non è lo spazio a contenere l’arte, ma l’arte a generare lo spazio composto dal gioco di luce e ombra. Qui l’occhio abbacinato dalla violenta luce del meriggio trova sollievo immediato e riposo come sotto l’ombra fresca di un albero. La luce che colpisce i cornicioni delle finestre monumentali si riversa nello spazio, rimbalza sulle chiome dei soffitti a cassettoni scuri e sulle volte affrescate, frantumandosi nel vuoto. Il chiarore filtrato dalle mura irradia la penombra delle sale strutturandone i volumi. I raggi tagliano i pavimenti in fasci netti e dorati, rivelando la polvere sospesa come pulviscolo tra i rami, che ci incanta con la sua danza lenta e fluttuante. Gli sfondi dei dipinti e i fregi brillano come incandescenti foglie d’autunno dorate. Le finestre disposte in successione riversano una sequenza regolare di tagli di luce obliqui, che rigano l’aria trasversalmente, creando un’alternanza ritmica: una fascia di luce dorata, una zona d’ombra, poi un’altra fascia di luce. Questo alternarsi di chiari e scuri guida l’occhio verso il punto di fuga, l’enfilade, la successione in linea retta di aperture e stanze tipica dei palazzi romani. Lo sguardo attraversa le soglie amplificando la prospettiva in uno spazio continuo che si dilata all’infinito, come i viali prospettici di una foresta monumentale, dove i tronchi si susseguono a perdita d’occhio. In lontananza l’ultima sala, satura di un chiarore dorato, appare quasi irraggiungibile, come una raduna dispersa nel tempo. Sale, corridoi, cortili, logge e scale levigati dalla luce si trasformano in un paesaggio quieto e ameno. Lungo il sentiero prospettico i marmi liquefatti dalla luce sembrano emanare una loro luminescenza interna, traslucida e viva. La luce penetra per qualche millimetro dentro la pietra prima di essere respinta donando alle sculture una morbidezza quasi epidermica. La materia respira. Nei punti in cui la scultura curva – la piega di un muscolo, il profilo di un mento, l’onda di un capello – una linea di luce sottilissima e concentrata lambisce il contorno come un brivido. A mezzogiorno quel riverbero ha un tono latteo. Quel chiarore d’avorio con il passare delle ore inizia a svanire. La luce si fa densa, assume il colore della resina e del miele. I fasci si inclinano lentamente, allungandosi sui pavimenti e accendendo la porosità del travertino di un calore dorato. I bronzi scuri, prima immersi in un’ombra verdastra, catturano gli ultimi raggi obliqui accendendosi di bagliori ramati e rossastri.

Tornati all’esterno, la pietra si infuoca, accendendosi di ocra, arancione bruciato e terra di Siena. I palazzi sembrano trattenere e irradiare il calore cromatico del giorno che oramai volge al declino. Mentre le finestre e le parti alte dei palazzi al tramonto si liquefano come oro vivo, nelle distese si allungano ombre fredde e possenti, venate di blu cobalto e violetto. Sopra i tetti e i vicoli, il cielo estivo compie la sua transizione. Verso la fine del pomeriggio, l’azzurro intenso e compatto del giorno inizia a perdere vigore. Il colore sembra sciogliersi, sbiadendo lentamente.
Sopra la linea dei tetti e delle cupole, l’aria si fa lattea, quasi gessosa. La luce si azzera prima della metamorfosi.
Ma poi da quel fondo bianco, il cielo inizia a tingersi. Dapprima appaiono sfumature delicate di rosa e arancio pallido sulla linea dell’orizzonte, che poi si caricano esplodendo in un rosso vivido e infuocato. Mentre le cupole e i tetti ne sono ancora saturi, la parte più alta del cielo inizia a raffreddarsi. Nel punto esatto in cui l’arancio del tramonto incontra l’avanzare della notte, i due colori si mescolano per pochi minuti. Il cielo si tinge di un viola intenso e di sfumature color glicine. Man mano che il sole scende sotto l’orizzonte, l’arancione scompare. L’azzurro del giorno muta in blu indaco intenso e limpidissimo, che fa risaltare i profili scuri delle cupole e delle quinte architettoniche prima dell’arrivo della notte.

Ma è la notte il vero capolavoro dell’estate: si passeggia nell’aria tiepida, sotto un cielo limpidissimo. La gente vive per strada e i monumenti fanno da silenziose quinte all’atmosfera allegra delle tavolate.

Diego Rivera e la costruzione dell’arte moderna in Messico nel XX secolo

La più grande esposizione sull’arte messicana in Europa negli ultimi decenni, la prima realizzata in Italia su Diego Rivera.

09/06 – 13/12/2026

Musei Capitolini, Villa Caffarelli

Un viaggio tra i colori del Messico nella splendida cornice dei Musei Capitolini – Villa Caffarelli, un’intensa retrospettiva dedicata al celebre pittore e muralista messicano, la cui opera rappresenta una cerniera tra tradizione e futuro, capace di dare vita a un linguaggio visivo autonomo e distintivo dell’arte moderna messicana.

Accanto alle opere di Diego Rivera, l’esposizione presenta capolavori di artisti straordinari come Frida Kahlo, José María Velasco, José Clemente Orozco, David Alfaro Siqueiros, María Izquierdo, Tamayo, Lozano, Montenegro, Ruiz, Dr. Atl, Saturnino Herrán e molti altri. Ad arricchire il percorso alcuni video e scatti suggestivi, tra cui le fotografie di Rivera, immortalato da Tina Modotti.

Attraverso oltre 140 opere, tra cui 30 capolavori di Diego Rivera, il percorso espositivo racconta la nascita dell’identità culturale messicana dal 1821 a oggi.

Questo percorso trova compimento nella prima metà del Novecento: l’arte si rinnova con un linguaggio inedito che fonde il retaggio precolombiano, le culture popolari e le istanze sociali, ridisegnando così il volto del Messico post-rivoluzionario.

Il motore principale di questo cambiamento è il Muralismo, movimento nato nel 1921 e guidato da artisti come Orozco, Siqueiros e lo stesso Rivera. Dipingendo sugli spazi pubblici, questi maestri hanno reso l’arte accessibile a tutti, trasformando i lavoratori, i contadini e il popolo nei veri protagonisti della storia messicana.

Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni tematiche:

Accademia e tradizione – La formazione di Rivera

Il contributo di Diego Rivera e del Messico alle avanguardie europee – Gli anni europei

Il Rinascimento culturale messicano

Oltre il Realismo sociale

Informazioni

Luogo

Musei Capitolini, Villa Caffarelli

Orario

Dal 9 giugno al 13 dicembre 2026
Tutti i giorni ore 9.30-19.30
Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

Informazioni

tel 060608 (tutti i giorni 09.00 – 19.00)

Una vista panoramica eccezionale anzi due…..



Una visita ai Musei Capitolini ci offre uno dei punti panoramici più affascinanti e suggestivi di tutta Roma: la splendida Terrazza Caffarelli, dove si trova la caffetteria. La particolarità di questo belvedere è la sua straordinaria vicinanza al tessuto urbano, che permette di osservare da vicino i colori della città e il gioco delle luci nel cambiare delle ore del giorno. Si ammira la classica tavolozza cromatica dei rioni storici di Roma, dominata dalle tonalità calde dei mattoni, dei marmi antichi e degli intonaci tradizionali. Guardando verso il basso spicca il caratteristico ocra, insieme al giallo acceso e all’arancione bruciato dei palazzi storici del Ghetto e del centro, interrotto qua e là dal grigio argenteo dei tetti in lavagna e dal piombo che riveste le cupole barocche, come quella di Sant’Agnese in Agone. Risaltano poi il bianco monumentale e abbagliante del marmo botticino dell’Altare della Patria e il travertino antico, color miele e poroso, del Teatro di Marcello. A fare da contrasto a questi toni caldi e terrosi ci sono i tocchi di verde intenso dei giardini pensili sui tetti, dei rampicanti sui terrazzi e, sullo sfondo, della vegetazione fitta dei colli del Gianicolo e di Monte Mario. Nelle ore del tramonto l’intera scenografia muta teatralmente: la celebre luce dorata di Roma accende i muri di sfumature rosse, rosa e violacee, mentre il cielo passa dall’azzurro intenso all’arancio infuocato, dissolvendosi in un pallido rosato che svanisce in un profondo blu cobalto. Da questa posizione privilegiata si gode di una spettacolare vista che abbraccia in un unico colpo d’occhio l’antico Teatro di Marcello, il Ghetto Ebraico con la caratteristica cupola squadrata della Sinagoga, e le linee monumentali dell’Altare della Patria a Piazza Venezia. Guardando verso il centro storico catturiamo la cupola del Pantheon, la mole di Castel Sant’Angelo e le cupole barocche che circondano Piazza Navona, tra cui si riconosce chiaramente quella di Sant’Agnese in Agone e nelle vicinanze Sant’Andrea della Valle e San Carlo ai Catinari. Spingendo lo sguardo ancora più avanti, si possono ammirare la maestosa Basilica di San Pietro in Vaticano e la linea verdeggiante del Gianicolo, su cui svetta il profilo del Faro di Manfredi, per poi terminare la panoramica verso nord con il colle di Monte Mario. Per completare questa straordinaria esperienza, la galleria interna del Tabularium, situata sotto Palazzo Senatorio, ci regala un affaccio monumentale opposto, offrendo la vista in assoluto più ravvicinata e profonda sull’intera area archeologica del Foro Romano, del Palatino e del Colosseo.

Come raggiungere la mostra

I Musei Capitolini sono raggiungibili dal nostro boutique hotel con una comoda camminata di soli 15 minuti. Il percorso attraversa Via Panisperna che, con i suoi caratteristici saliscendi, le piante rampicanti che incorniciano i palazzi storici, i sampietrini e quell’atmosfera d’altri tempi, rappresenta l’essenza più autentica del Rione Monti ed è unanimemente considerata una delle vie più belle di Roma.

Arrivati a Largo Magnanapoli – dominato dall’imponente Torre delle Milizie che si innalza sopra la facciata barocca di Santa Caterina a Magnanapoli – e costeggiando il complesso dei Mercati di Traiano sulla sinistra, si incontra la scalinata di Via delle Tre Cannelle che conduce rapidamente verso Piazza Venezia.

Da lì, attraversando la piazza, ci si porta sotto la maestosa mole di marmo bianco del Vittoriano, fino a giungere ai piedi della celebre Cordonata di Michelangelo, la monumentale scalinata che conduce direttamente all’ingresso dei Musei Capitolini in Piazza del Campidoglio.

Un Vermeer a Palazzo Barberini. Donna in blu che legge una lettera

Uno straordinario prestito dal Rijksmuseum di Amsterdam prosegue il dialogo avviato dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica con alcune delle più prestigiose istituzioni museali internazionali

8 luglio – 11 ottobre 2026

Dall’8 luglio all’11 ottobre 2026 Palazzo Barberini ospita Donna in blu che legge una lettera, straordinario capolavoro di Johannes Vermeer concesso in prestito eccezionale dal Rijksmuseum di Amsterdam.

Realizzata intorno al 1663-1664, Donna in blu che legge una lettera è tra le opere più celebri di Vermeer e uno dei vertici della pittura olandese del Seicento. La scena raffigura una giovane donna assorta nella lettura di una lettera all’interno di un ambiente domestico silenzioso, illuminato dalla luce che entra da una finestra. In questa immagine, divenuta iconica, l’artista raggiunge un perfetto equilibrio tra osservazione della realtà, intensità emotiva e raffinatezza formale.

Il tema della lettera, ricorrente nella produzione di Vermeer, suggerisce relazioni, attese e sentimenti che rimangono volutamente indefiniti, lasciando spazio all’immaginazione dell’osservatore. Attraverso una composizione essenziale e una straordinaria attenzione agli effetti della luce, il pittore trasforma un momento quotidiano in una scena di profonda concentrazione psicologica.

Curato da Thomas Clement Salomon e Paola Nicita, il progetto offre l’occasione di approfondire l’opera di un artista di cui sono note poco più di trenta opere autografe e nessuna conservata in Italia. La rarità dei prestiti delle opere di Vermeer rende questa presentazione un appuntamento di eccezionale rilievo.

Il percorso espositivo si sviluppa tra la Sala Ovale e la Sala Paesaggi. Contenuti digitali dedicati accompagneranno i visitatori alla scoperta della tecnica pittorica di Vermeer, della storia del dipinto e del contesto culturale della Delft del XVII secolo.

Uno speciale approfondimento sarà dedicato al restauro condotto dal Rijksmuseum nel 2010, che ha restituito all’opera la luminosità originaria dei colori e ha permesso di comprendere meglio il processo creativo dell’artista. Gli interventi conservativi hanno riportato alla luce la straordinaria intensità dei blu e preziosi dettagli esecutivi, offrendo nuove chiavi di lettura di questo capolavoro.

Il percorso culmina nella Sala Paesaggi, dove Donna in blu che legge una lettera sarà presentata in uno spazio dedicato, pensato per favorire un’osservazione ravvicinata dell’opera e della sua straordinaria qualità pittorica.

La mostra conferma l’impegno delle Gallerie Nazionali di Arte Antica nel rendere accessibili al pubblico opere di eccezionale valore provenienti dalle più importanti collezioni internazionali, promuovendo nuove occasioni di conoscenza e approfondimento.

QUANDO 

dal 8 Luglio 2026 al 11 Ottobre 2026

DOVE 

Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini

VIA DELLE QUATTRO FONTANE, 13

ORARI 

Dal martedì alla domenica ore 10:00 – 19.00.

La biglietteria chiude alle ore 18.00.

Lunedì chiuso

Neve D`Agosto a Roma: il miracolo a Santa Maria Maggiore

5 agosto 2026

Basilica di Santa Maria Maggiore

Piazza di Santa Maria Maggiore, 42, Roma

Una nevicata in piena estate. Accadde, secondo una leggenda, nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 358 d.C., quando una coltre di neve fresca ricoprì il colle Esquilino, a Roma. All’origine del prodigio, un’apparizione onirica della Vergine, che chiese a un patrizio romano di nome Giovanni di costruire una chiesa nel punto esatto dove sarebbe caduta la neve. Il mattino successivo, il prodigio si compì e fu interpretato come un segno divino: lì sarebbe sorta Santa Maria Maggiore, oggi la più antica basilica mariana dell’Occidente.

Ogni anno la Basilica Papale di Santa Maria Maggiore celebra, il 5 agosto, la Solennità della Dedicazione della Basilica Liberiana, memoria liturgica della Madonna della Neve. Le celebrazioni culminano con la tradizionale rievocazione del miracolo della neve, che richiama la prodigiosa nevicata del 5 agosto del 358 d.C., legata dalla tradizione alla fondazione della Basilica voluta da Papa Liberio.

Durante il Pontificale delle ore 10 del 5 agosto, al canto del Gloria, una suggestiva nevicata di petali di rosa bianchi, cadono da un cassettone del soffitto della Basilica, rinnovando liturgicamente il ricordo del miracolo della neve. La rievocazione si ripete anche durante il Canto dei Secondi Vespri delle ore 17.30, questa volta al canto del Magnificat.

La giornata culmina nella tradizionale nevicata serale in piazza di Santa Maria Maggiore accompagnata con spettacoli di luci, musica e poesia per rievocare quanto accadde la notte del 5 agosto di oltre 1.600 anni fa.

La leggenda del Miracolo della Neve a Santa Maria Maggiore

La leggenda racconta che, nell’anno 358 d.C. il nobile patrizio romano Giovanni e la moglie, non avendo figli, decisero di offrire i loro beni alla Santa Vergine, per costruire una chiesa da dedicarle. La Madonna apparve agli sposi la notte fra il 4 e il 5 agosto, designando con un miracolo il luogo dove doveva sorgere la chiesa. I coniugi riferirono a Papa Liberio il sogno fatto da entrambi, scoprendo che anche il papa aveva fatto lo stesso sogno; Liberio quindi si recò sul luogo indicato, il colle Esquilino: lo trovò, nonostante si fosse in piena e torrida estate, coperto di neve. Il pontefice tracciò il perimetro della nuova chiesa, seguendo la superficie del terreno innevato e fece costruire il tempio a spese dei nobili coniugi che ne avevano fatto promessa alla Madonna.

La Basilica di Santa Maria Maggiore

L’edificio attuale è una delle quattro basiliche papali di Roma. La struttura conserva l’originario impianto paleocristiano voluto nel V secolo da papa Sisto III, una continuità architettonica eccezionale che si manifesta nello splendido e intatto ciclo di mosaici del V secolo raffiguranti scene bibliche lungo la navata centrale e sull’arco trionfale. All’esterno, l’edificio domina il panorama cittadino grazie al suo imponente campanile romanico in laterizio che, con i suoi 75 metri d’altezza, costituisce il campanile più alto di Roma.

Questa monumentale struttura, nota storicamente anche come Sancta Maria ad Praesepem, custodisce nel cuore della sua confessione sotterranea la preziosa reliquia della Sacra Culla, composta dalle asticelle di legno che costituivano la mangiatoia di Betlemme. Proprio in virtù di questo legame, fin dal V secolo la basilica è considerata la “Betlemme dell’Occidente”: qui i pontefici celebrano da secoli la suggestiva messa della notte di Natale. Questo intreccio rende Santa Maria Maggiore, a tutti gli effetti, la basilica che più intensamente rappresenta il mistero della vita; una vita che germoglia nel gelo sterile dell’inverno del mondo, esattamente come la basilica nacque dal candore della neve in un’estate torrida.

L’evoluzione artistica interna trova un altro culmine alla fine del Duecento sotto il pontificato di Niccolò IV, quando il francescano Jacopo Torriti ridisegnò l’area absidale. Il suo monumentale mosaico incentrato sull’Incoronazione della Vergine, racchiuso in un clipeo blu punteggiato di stelle, testimonia il momento di svolta in cui la tradizione bizantina ha iniziato a dialogare con il nascente linguaggio gotico. Al di sotto di questa scena, il Torriti ha disposto le storie della vita di Maria, collocando al centro la Dormitio Virginis, dove Cristo accoglie tra le braccia l’anima della Madre.

La leggenda stessa della fondazione e della nevicata estiva trova la sua definitiva consacrazione visiva proprio sulla facciata medievale della basilica, all’interno della Loggia delle Benedizioni. Parzialmente celato dalla successiva struttura settecentesca di Ferdinando Fuga, il ciclo musivo del registro inferiore — attribuito a Filippo Rusuti, allievo del Torriti — narra nel dettaglio il prodigio del 358 d.C. Le scene descrivono i sogni paralleli di papa Liberio e del patrizio Giovanni, l’udienza in cui i due si confrontano e, infine, il momento in cui il pontefice traccia sulla neve fresca la pianta della futura basilica, legando indissolubilmente il mito delle origini alle pareti sgraffiate del monumento.

Questo legame spirituale con la Vergine ha guidato anche la scelta di Papa Francesco, che ha rotto una tradizione secolare preferendo questo luogo alle Grotte Vaticane per la sua sepoltura. La sua tomba, caratterizzata da una sobria e discreta lastra con la sola iscrizione Franciscus e la riproduzione della sua croce pettorale, si trova nella navata sinistra dell’edificio, collocata esattamente tra la Cappella Sforza e la Cappella Paolina, nei pressi dell’Altare di San Francesco. Il sepolcro, pavimentato in pietra ligure come omaggio alle terre d’origine della sua famiglia, sorge a pochissimi passi dalla venerata icona della Salus Populi Romani, a cui il Pontefice ha affidato l’intero suo ministero, sigillando l’ultimo capitolo di questa millenaria storia di devozione.